Più chance al «sovraindebitato» Per i giudici non vale il limite imposto dalla legge a chi ha fatto ricorso a una procedura nei cinque anni precedenti ( IL SOLE 24 ORE DEL 20.6.16)

Il piano di ristrutturazione non omologato si può convertire in proposta di accordo con i creditori
Più chance al consumatore sovraindebitato. Se il piano di ristrutturazione dei debiti non viene omologato dal giudice, esso può essere convertito in proposta di accordo con i creditori. Lo ha deciso il Tribunale di Cagliari con ordinanza dello scorso 11 maggio (presidente Mura, relatore Caschili), risolvendo una questione controversa circa la cumulabilità dei rimedi alle crisi da sovraindebitamento.
La vicenda
Una coppia di coniugi, in mora nei confronti di due finanziarie, una banca e un fondo di solidarietà e con debiti sproporzionati rispetto alle loro disponibilità, aveva cercato di risolvere la propria condizione finanziaria con gli strumenti previsti dalla legge 3 del 2012 e aveva chiesto la nomina di un professionista legittimato a svolgere le funzioni dell’organismo di composizione della crisi da sovraindebitamento.
Il professionista aveva redatto un piano del consumatore per la ristrutturazione dei debiti e la dilazione dei pagamenti, piano del quale con ricorso i coniugi avevano chiesto al giudice l’omologazione. In subordine avevano chiesto, se il piano non fosse stato omologato, che esso venisse convertito in proposta per l’accordo con i creditori.
Il giudice aveva respinto il ricorso, perché aveva ritenuto ostativo all’omologa il fatto che i debitori avessero colposamente determinato o comunque notevolmente aggravato il proprio sovraindebitamento, con l’assunzione, pochi anni prima, di nuove obbligazioni senza che vi fosse la ragionevole prospettiva di adempierle.
Ma la domanda subordinata non era stata specificamente esaminata dal giudice che l’aveva ritenuta travolta dalla pronuncia sul diniego di omologa.
I coniugi hanno proposto reclamo al collegio che ha confermato il diniego dell’omologa ma ha ammesso che il piano possa essere convertito in proposta di accordo con i creditori.
La decisione
Il Tribunale di Cagliari ha ricordato che la legge 3 del 2012 prevede tre diversi rimedi: il piano del consumatore, l’accordo con i creditori e la liquidazione dei beni.
I requisiti di ammissione sono comuni ma solo per la proposta di piano del consumatore è prevista anche la verifica della meritevolezza. Poiché però il piano comporta un sacrificio per i creditori, l’articolo 12-bis della legge 3 del 2012 stabilisce che il giudice possa omologarlo solo se «esclude che il consumatore ha assunto obbligazioni senza la ragionevole prospettiva di poterle adempiere ovvero che ha colposamente determinato il sovraindebitamento, anche per mezzo di un ricorso al credito non proporzionato alle proprie capacità patrimoniali».
Nel caso concreto, i giudici hanno ritenuto che i coniugi non abbiano effettuato una ragionevole e adeguata valutazione presente e futura della propria capacità economica nell’assumere le varie obbligazioni; hanno poi escluso che la carente valutazione del merito creditizio da parte dei finanziatori possa di per sé assurgere a motivo di discolpa del consumatore sovraindebitato se non si prova la mala fede.
Tuttavia, dal diniego dell’omologa del piano non è derivata l’inammissibilità anche della proposta di accordo.
I giudici hanno ricordato che in base all’articolo 7, comma 2, lettera b), della legge 3 del 2012 la proposta non è ammissibile quando il debitore ha fatto ricorso nei precedenti cinque anni ai procedimenti di composizione della crisi. Questa norma è stata interpretata in senso restrittivo da altri giudici di merito: se un debitore ha proposto un ricorso non ne potrebbe proporre nessun altro nei successivi cinque anni. Ma il Tribunale di Cagliari ha invece ritenuto che la preclusione possa dipendere solo dall’avere avuto effettivo accesso a una delle tre procedure. Se invece il debitore non ha mai prima beneficiato di alcuna di esse, perché, come nel caso esaminato, non vi è stato ammesso, non sarebbe ragionevole impedirgli di chiedere la valutazione dei diversi presupposti per accedere a un’altra procedura come quella dell’accordo con i creditori.
Per questo, dunque, i coniugi sono stati ammessi all’udienza prevista dall’articolo 10 della legge 3 del 2012 e finalizzata al coinvolgimento dei creditori nell’approvazione dell’accordo. Gli atti sono stati quindi restituiti dal collegio al primo giudice per procedere alla celebrazione di quella udienza.
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Giovanbattista Tona

Corso I Procedimenti di Composizione della Crisi da Sovraindebitamento e di Liquidazione del Patrimonio Teramo, 11 luglio 2016

Corso
I Procedimenti di Composizione della Crisi da Sovraindebitamento e di Liquidazione del Patrimonio
Teramo, 11 luglio 2016

Avvocati e Commercialisti: richiesta di accreditamento inoltrata agli ordini competenti Dott. Fabrizio Di MarzioOBIETTIVO
Il corso approfondisce la disciplina di composizione della crisi da sovraindebitamento, introdotta dalla Legge Centaro (l. n. 3/2012) e significativamente modificata, da ultimo, dal c.d. “Decreto Sviluppo – bis” (d.l. n. 179/2012 convertito in l. n. 221/2012).
Sensibile alle novità legislative emergenti, il relatore approfondirà i presupposti per l’apertura delle nuove procedure di composizione (accordo, piano e liquidazione del patrimonio) che ripercorrerà nel dettaglio (soggetti, natura, effetti, etc.).
Particolare attenzione verrà, altresì, dedicata alle ipotesi di reato tra cui atti di frode, falsità documentali e false attestazioni.
Attraverso la disamina di casi pratici, i professionisti potranno entrare nel vivo delle applicazioni pratiche di tali procedimenti e delle possibili problematiche giuridico/operative che ne conseguono.

RELATORE
Dott. Fabrizio Di Marzio, Consigliere della Suprema Corte di Cassazione

A CHI È RIVOLTO
Dottori commercialisti ed Esperti contabili, Avvocati, Curatori fallimentari, Uffici legali di imprese, Consulenti aziendali.

La falcidia del credito IVA tra concordato preventivo e transazione fiscale: cosa cambia dopo la sentenza della CGCE (7 aprile 2016 causa C-546/14)

di Paola Rossi.( sito http://www.fondazionenazionalecommercialisti.it)

Con la sentenza 7 aprile 2016, causa C-546/14, la Corte di Giustizia ha ritenuto compatibile con la normativa comunitaria in materia di IVA una proposta di concordato che prevede il pagamento parziale dell’imposta a condizione che un esperto indipendente attesti il trattamento deteriore di tale credito nell’alternativa fallimentare.

L’autorevole affermazione circa la mancanza di qualsiasi vincolo di matrice comunitaria al divieto di falcidia dell’IVA, oltre a sollecitare la modifica da parte del legislatore nazionale del testo dell’art. 182-ter l.f. attualmente in vigore, impone un’immediata attuazione di quanto statuito dalla CGCE nelle ipotesi di concordato preventivo in cui non sia stato attivato il procedimento di transazione fiscale.

2016_06_15_Falcidia IVA_Rossi

 

Il fallimento non sospende la rata della Tasi

Per gli immobili interessati da procedure concorsuali o operazioni straordinarie, l’Imu e la Tasi sono oggetto di specifiche disposizioni, anche in deroga alle regole ordinarie.
Le procedure concorsuali
Ai fini Imu, l’articolo 9, comma 7 del Dlgs 23/2011 (che ha istituito e disciplinato l’imposta) fa esplicito richiamo all’articolo 10, comma 6 del Dlgs 504/1992, ovvero alla disposizione che, con riferimento all’Ici, regolava il trattamento degli immobili interessati da una procedura concorsuale. In base a questa norma, il curatore deve:
entro 90 giorni dalla sua nomina, presentare al Comune dove sono ubicati gli immobili una dichiarazione attestante l’avvio della procedura;
entro tre mesi dalla data del decreto di trasferimento dell’immobile, versare l’imposta maturata dall’inizio della procedura fino alla vendita.
All’apertura del fallimento, pertanto, il versamento dell’Imu è sospeso fino all’atto di vendita dell’immobile stesso; mentre l’imposta che matura prima dell’inizio della procedura è un debito concorsuale per il quale il Comune dovrà insinuarsi al passivo.
La disposizione riguarda solo il fallimento e la liquidazione coatta amministrativa, quindi per le altre procedure (concordato preventivo, piani attestati, accordi di ristrutturazione) non si verifica alcun differimento del termine di versamento, che dovrà avvenire alle scadenze ordinarie: in due rate (16 giugno e 16 dicembre) o in un’unica (16 giugno).
Per quel che concerne la Tasi, invece, non è previsto alcun riferimento all’articolo 10 del Dlgs 504/1992 e – come chiarito dal dipartimento delle Finanze – il pagamento deve dunque avvenire entro i termini ordinari del 16 giugno e 16 dicembre. Tutto ciò crea ovviamente dei problemi ai curatori, che al momento del versamento potrebbero non aver realizzato l’attivo fallimentare e non avere le disponibilità necessarie.
Le operazioni straordinarie
Nei casi di immobili posseduti da società interessate da operazioni straordinarie, ferme restando le ordinarie scadenze, si pone il problema di stabilire chi è il soggetto passivo. Eccetto la trasformazione societaria, che non incide sulla continuità dei rapporti giuridici preesistenti (articolo 2498 del Codice civile), le altre operazioni straordinarie comportano infatti il trasferimento della titolarità dei beni, generando un subentro nella soggettività passiva.
Nei casi di cessione di azienda ricomprendente beni immobili o di conferimento, l’imposta resta a carico delle parti in proporzione al periodo di possesso in cui è stata effettuata la cessione o il conferimento. La decorrenza scatta dal mese del trasferimento (se avvenuto nei primi 15 giorni) oppure da quellosuccessivo.
Nelle operazioni di fusione, come previsto dall’articolo 2504-bis del Codice Civile, la società risultante si fa carico dei diritti e degli obblighi delle società partecipanti alla fusione, anche se sono anteriori alla fusione stessa: compreso quindi il pagamento dell’Imu dovuta sugli immobili.
Infine, per quanto riguarda la scissione, si devono distinguere due casi. Nell’ipotesi di scissione totale con conseguente estinzione della società scissa, sarà la società risultante a provvedere al versamento. Se invece si realizza una scissione parziale, che non comporta l’estinzione della società scissa, l’Imu è dovuta sia da quest’ultima che dalla beneficiaria dell’immobile, ciascuna in proporzione al periodo di possesso.
Resta inteso che, qualora l’immobile resti di proprietà della società scissa ancora esistente, questa dovrà provvedere al versamento per l’intero ammontare.
il sole 24 ore  – Gian Paolo Tosoni

Nei casi meno gravi piani di risanamento chiusi extra giudizio

Nei casi meno gravi piani di risanamento chiusi extra giudizio L’operazione di restyling che lo schema di legge delega sembra prefigurare per gli accordi di ristrutturazione li qualifica a tutti gli effetti quale istituto idoneo a costituire l’epilogo ideale del processo di composizione della crisi, avviato con la procedura di allerta.
I propositi del legislatore sono ben chiari: vincere le fisiologiche resistenze dell’imprenditore persino a riconoscere i sintomi di una malattia già conclamata, incentivandolo a favorire una tempestiva emersione della crisi attraverso meccanismi agili perché svincolati dalle farraginosità tipiche delle procedure concordatarie tradizionali, ma al contempo in grado di assicurare la necessaria protezione dalle iniziative dei singoli creditori.
Prospettare un percorso che possa svilupparsi in un contesto “non giudiziale”, enfatizzando la riservatezza, l’approccio adeguato e rapido e infine la dimensione negoziale della soluzione, assistita da misure di protezione, significa offrire uno strumento efficace e premiale all’imprenditore virtuoso che dimostri la lucidità di riconoscere per tempo le avvisaglie del problema e abbia l’onestà di attivarsi per risolverlo. Il tutto con l’assistenza degli interlocutori tipici dell’azienda: gli organi di controllo, gli advisor, i creditori qualificati.
L’assetto futuro della procedura di risanamento inizierebbe dall’attivazione dell’allerta, con l’adozione delle misure protettive previste dall’articolo 4, comma 1, lettera f) della delega, che in ambito stragiudiziale e riservato consentirebbe all’Organismo di composizione della crisi ed al gestore incaricato di assistere il debitore nella progettazione del piano di risanamento e di negoziare le migliori condizioni di soddisfacimento prospettabili con i creditori, le cui iniziative individuali sarebbero in ogni caso precluse.
In questo ambito, gli accordi di ristrutturazione dovrebbero diventare lo strumento naturale di fruttuosa composizione della crisi, consentendo all’imprenditore di affrancarsi dalle coercizioni delle minoranze, attraverso la modifica della soglia minima di aderenti e l’estensione degli effetti dell’articolo 182-septies della Legge fallimentare all’intera platea dei creditori, e limitando l’intervento del Tribunale alla gestione delle opposizioni ed alla successiva omologa. Nei casi di minor gravità, l’allerta potrebbe approdare ad un piano attestato di risanamento, completamente svincolato dal controllo giudiziario.
Viene quindi a delinearsi un quadro di tutele che, senza soluzione di continuità, sia in grado di accompagnare l’imprenditore dalla diagnosi della crisi fino all’omologazione degli accordi di ristrutturazione. Il tutto potrebbe avvenire preservando il patrimonio aziendale.
Del resto, che gli accordi di ristrutturazione rappresentino la conclusione più praticata di un cammino iniziato con l’emersione anticipata della crisi è circostanza percepita dallo stesso legislatore, il quale, nell’articolo 5 dello schema di delega, dedica ampio spazio alle modifiche cui andrà sottoposto tale istituto, mentre poco incide sui piani di risanamento, che pure figurano nell’intestazione della norma.
Perché, in definitiva, non sfugge la necessità di ricorrere a un presidio istituzionale qualificato. Ma l’auspicio è che questo presidio possa operare come un medico discreto e flessibile, capace di individuare la cura meno invasiva, al cui cospetto l’imprenditore responsabile senta di conservare la propria essenza.
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Enrico Comparotto (il sole 24 ore del 8/6/2016