Elenco degli incarichi conferiti ai Gestori della Crisi dell’OCC Commercialisti Teramo, sensi dell’art.6 3°comma del DM 202/2014

Ai sensi dell’art.6 3°comma del DM 202/2014, si pubblica l’elenco degli incarichi conferiti ai Gestori della Crisi dell’OCC Commercialisti  Teramo

ELENCO NOMINE GESTORI 2018

ELENCO NOMINE GESTORI 2017

ELENCO NOMINE GESTORI 2016

Iva e ritenute, sì allo stralcio nel sovraindebitamento (il sole 24 ore del 17.7.17)

Composizione delle crisi. I giudici ampliano i confini dell’istituto in linea con i dettami UeIva e ritenute, sì allo stralcio nel sovraindebitamento
Vanno chiariti i profili reddituali per gli operatori economici
I giudici aumentano le chance di stralcio dei debiti con il Fisco. Gli aspetti tributari del sovraindebitamento sono oggi di particolare interesse, soprattutto perché dal punto di vista applicativo la giurisprudenza italiana – sulla scia degli indirizzi registrati in ambito Ue – inizia a riconoscere l’ampliamento dello stralcio anche ai fini dell’Iva e delle ritenute operate ma non versate (vale a dire dei tributi “armonizzati”), pur in assenza di un riconoscimento normativo.
La disciplina sul sovraindebitamento non prevede – come per le ipotesi dei soggetti fallibili – la possibilità di pagare parzialmente i debiti Iva e le ritenute operate e non versate, limitandosi a prevedere la sola dilazione (articolo 7, legge 3/2012) e stabilendo, invece, la falcidiabilità per tutti gli ulteriori debiti fiscali e non. Si tratta di una disparità normativa che non trova una coerente ragione giustificatrice nel sistema, laddove si consideri che tutte le procedure concorsuali, sia quelle per imprenditori o soggetti fallibili sia per soggetti non fallibili, presentano la medesima funzione della salvaguardia della par condicio creditorum nel rispetto dei principi dell’ordinamento.
In tal senso, in attesa di una più coerente previsione normativa che estenda anche alle ipotesi qui in esame la falcidiabilità dei debiti fiscali a titolo di Iva e di ritenute, la pronuncia del Tribunale di Pistoia (26 aprile 2017) applica in modo estensivo, e in linea con gli indirizzi europei, lo stralcio a tali debiti nelle procedure di sovraindebitamento (si veda Il Sole 24 Ore del 1° giugno). Ciò in base all’assunto che, a seguito dell’intervento della Corte di giustizia europea (causa C-546/14 e causa 493/15), una diversa interpretazione dell’articolo 7 della legge 3/2012 mal si concilierebbe con i principi comunitari ai quali la medesima norma fa esplicito richiamo e riferimento. La ratio della pronuncia risiede nella previsione della possibilità di avvalersi dello stralcio nel caso in cui la proposta del debitore sia migliorativa rispetto a quanto ricavabile da una eventuale liquidazione del patrimonio personale.
Inoltre, a questa rilevante agevolazione potrebbe aggiungersi il riconoscimento giuridico nell’ambito delle procedure di sovraindebitamento del doppio termine di prescrizione delle cartelle di Equitalia (ordinanza 20213/2015 di Cassazione): in tale ipotesi, sarebbe previsto un periodo di soli cinque anni nel caso gli atti non siano definitivi (ad esempio nel caso di ruoli tardivamente consegnati all’esattore) oppure rispetto a talune categorie di tasse, oppure quando risulta spirato l’ordinario termine decennale.
Le opportunità operative per lo stralcio dei debiti fiscali sono quindi consistenti e iniziano ad avere un andamento giurisprudenziale consolidato. Esistono, tuttavia, alcune ombre in merito a taluni aspetti ricollegabili in particolare al sovraindebitamento per i soggetti economici. In particolare:
la rilevanza reddituale degli stralci dei debiti;
la tassazione delle eventuali plusvalenze per la cessione dei beni rientranti nell’accordo;
le modalità di gestione delle note di variazione Iva per il debitore assoggettato alla procedura in questione.
Rispetto ai primi due punti, il Tuir negli articoli di riferimento (88, comma 4, e 86, comma 5, del Dpr 917/86) non fa menzione delle procedure di sovraindebitamento, ma per ratio legis non si comprenderebbe la mancata inclusione dell’irrilevanza reddituale di questi due componenti positivi d’impresa per l’operatore/debitore.
Relativamente, invece, ai debiti in essere al momento dell’apertura della procedura, si discute sulle modalità applicative di quanto previsto all’articolo 26 del Dpr 633/72, cioè se sia dovuta o meno l’Iva esposta nella nota di variazione Iva per lo stralcio del debito. In base alla circolare 12/E del 13 aprile scorso (punto 13) – nella quale non vi è traccia dell’assimilazione del sovraindebitamento alle procedure fallimentari – si dovrebbe concludere per l’assoggettamento a Iva della nota di variazione ricevuta. Questa conclusione parrebbe confermata da un passaggio della richiamata circolare 19/E/2015, laddove – anche sulla base di quanto statuito dalla giurisprudenza di legittimità (Cassazione 22931 e 22932 del 2011) – viene sottolineato che «a prescindere dalla presenza o meno di una transazione fiscale, il credito Iva deve sempre essere pagato per intero».
In linea generale, la prassi dell’agenzia delle Entrate sull’istituto è particolarmente avara di indicazioni, fatta eccezione appunto per la circolare-quadro 19/E. Il che fa presagire che sarà la giurisprudenza di merito nazionale e comunitaria a tracciare i percorsi operativi.
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Stefano Mazzocchi
Santo Viotti

D.L. 193/2016 – La rottamazione ruoli nell’ambito delle procedure di crisi da sovraindebitamento

D.L. 193/2016 – La rottamazione ruoli nell’ambito delle procedure di crisi da sovraindebitamento.

 

Con l’articolo 6, D.L. 193/2016, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 249/2016, è stata prevista la c.d. rottamazione dei ruoli, cioè la definizione agevolata dei carichi affidati agli agenti della riscossione negli anni compresi tra il 2000 e il 2015, ed estesa all’anno 2016, a seguito degli emendamenti approvati alla Camera.

Inoltre, sempre per effetto delle modifiche apportate in sede di approvazione alla Camera, la sanatoria è stata estesa agli avvisi di accertamento esecutivi e agli avvisi di addebito in materia di Inps e sono state aumentate il numero delle rate, che salgono a 5, di pari importo: 3 rate nel 2017, con scadenza a luglio, settembre e novembre, e 2 nel 2018, con scadenza aprile e settembre.

Resta fermo che il 70% delle somme complessivamente dovute deve essere versato nell’anno 2017 e il restante 30% nell’anno 2018.

Per effetto delle modifiche approvate dalla Camera, è stato inserito l’art. 9 ter che ha ricompreso espressamente nella definizione agevolata i carichi affidati agli agenti della riscossione che rientrano nei procedimenti di composizione della crisi da sovraindebitamento e di liquidazione del patrimonio, di cui al Capo II, sezione prima, L. 3/2012 prevedendo il pagamento del debito, anche falcidiato, nelle modalità e nei tempi eventualmente previsti nel decreto di omologazione dell’accordo o del piano del consumatore» ( e non nelle 5 rate da corrispondersi entro settembre  2018)

 

“Art. 9-ter. Nelle proposte di accordo o del piano del consumatore presentate ai sensi dell’articolo 6, comma 1, della legge 27 gennaio 2012, n. 3, i debitori possono estinguere il debito senza corrispondere le sanzioni, gli interessi di mora di cui all’articolo 30, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, ovvero le sanzioni e le somme aggiuntive di cui all’articolo 27, comma 1, del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46, provvedendo al pagamento del debito, anche falcidiato, nelle modalità e nei tempi eventualmente previsti nel decreto di omologazione dell’accordo o del piano del consumatore»”

I termini per l’istanza è del 31 marzo 2017 , data entro la quale si dovrebbe depositare anche la domanda di Piano o Accordo ex L. 3/2012.

Risolto il problema del rilascio del DURC per le imprese in procedura.

Min.Lavoro: corretto il decreto sul DURC

ministero lavoro

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha pubblicato, sulla Gazzetta Ufficiale n. 245 del 19 ottobre 2016, il Decreto 23 febbraio 2016 con la modifica del decreto 30 gennaio 2015 relativo a «Semplificazione in materia di documento unico di regolarita’ contributiva».

Queste le modifiche previste al decreto 30 gennaio 2015:

A) all’art. 2, comma 1, primo periodo, dopo le parole: «per l’attivita’ edilizia,», sono aggiunte le seguenti: «nonché, ai soli fini DURC, per le imprese che applicano il relativo contratto collettivo nazionale sottoscritto dalle organizzazioni, per ciascuna parte, comparativamente più rappresentative,»;

B) all’art. 5:

1) il comma 2 è sostituito dal seguente: «2. In caso di fallimento o liquidazione coatta amministrativa con esercizio provvisorio di cui agli articoli 104 e 206 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, l’impresa si considera regolare con riferimento agli obblighi contributivi nei confronti di INPS, INAIL e Casse edili scaduti anteriormente alla data di autorizzazione all’esercizio provvisorio.»;
2) il comma 3 e’ sostituito dal seguente: «3. In caso di amministrazione straordinaria di cui al decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270 e al decreto-legge 23 dicembre 2003, n. 347, convertito nella legge 18 febbraio 2004, n. 39 e successive modifiche e integrazioni, l’impresa si considera regolare con riferimento ai debiti contributivi nei confronti di INPS, INAIL e Casse edili scaduti anteriormente alla data del decreto di apertura della medesima procedura di cui all’art. 30 del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270 e all’art. 2 del decreto-legge 23 dicembre 2003, n. 347.».

Postilla sulla colpa nella legge n. 3/2012 Blog Il Caso.it

Postilla sulla colpa nella legge n. 3/2012 sul sovraindebitamento del consumatore e la proposta della Commissione RORDORF
Pubblicato il 23/09/16 02:00 [Articolo 551]
di Dott. Giuseppe Limitone, Magistrato


Approfondendo lo spinoso tema della colpa del consumatore nel sovraindebitarsi, corre l’obbligo di dare conto di ulteriori sviluppi interpretativi, che potrebbero consentire di armonizzare la tesi (formulata nella mia precedente nota in argomento1) secondo cui non si può precludere al consumatore l’accesso alla procedura “perché si rendeva conto di sovraindebitarsi, visto che comunque non ha creato con colpa le condizioni di base del maggior debito”, con il testo normativo, per il quale il giudice può omologare il piano soltanto “quando esclude che il consumatore ha assunto obbligazioni senza la ragionevole prospettiva di poterle adempiere ovvero che ha colposamente determinato il sovraindebitamento, anche per mezzo di un ricorso al credito non proporzionato alle proprie capacità patrimoniali”.
La consapevolezza nel sovraindebitarsi sembra, infatti, costituire un muro insuperabile ai fini dell’accesso alla procedura.
Invece, occorre ribadire e dimostrare che la consapevolezza nel sovraindebitarsi non può essere, allo stato attuale della legge, un valido criterio discretivo, perché si tratta in realtà di un falso requisito negativo (nel senso che sarebbe richiesta la non consapevolezza).
Tre sono, apparentemente, i parametri del c.d. test di meritevolezza indicati dall’art. 12-bis, comma 3, l. n. 3/2012: 1) aver assunto obbligazioni senza la ragionevole prospettiva di poterle adempiere; 2) avere colposamente determinato la situazione di sovraindebitamento; 3) aver fatto un ricorso al credito non proporzionato alle proprie capacità patrimoniali.
A ben vedere, però il primo parametro coincide con il terzo, perché la mancanza della ragionevole prospettiva di poter adempiere le obbligazioni che hanno dato vita al sovraindebitamento coincide con l’essersi fatti prestare dei soldi nella consapevolezza dell’insufficienza dei mezzi per poterli restituire, quindi i parametri restano due: 1) aver determinato con colpa le cause del sovraindebitamento; 2) essere stati consapevoli circa la mancanza dei mezzi di restituzione del debito.
Il secondo parametro, poi, se fosse effettivo, escluderebbe comunque “in radice” ogni ipotesi di sovraindebitamento da prestito di denaro, che non può non essere consapevole circa la presenza dei mezzi a disposizione per restituire (chiunque abbia chiesto un prestito a un usuraio, o ad un secondo usuraio per far fronte al primo debito, sarebbe dunque escluso dall’applicazione di questa legge).
Il primo parametro, a sua volta, comprende non solo i casi di shock esogeno, ma anche quelli di sovraindebitamento graduale.
Si vuole però dimostrare che l’unico parametro praticabile è il primo, mentre il secondo è un falso parametro, che addirittura cozza con il fine stesso della legge.
Ed è proprio sulla base di questo requisito, la cui irrilevanza si vuole dimostrare, che è sorta la teoria dello shock esogeno, per la quale la legge si applicherebbe solo a chi abbia subito un evento imprevisto ed improvviso che abbia fatto tracollare le sue finanze.
Se si afferma la rilevanza della consapevolezza del sovraindebitato, si apre la strada allo shock esogeno come unica situazione legittimante, poiché solo lo shock esogeno implica l’inconsapevolezza.
Lo shock esogeno si ricava infatti a contrariis dal requisito dell’assenza di consapevolezza circa la propria incapacità di restituire il prestito e la correlativa sproporzione tra nuovo debito e capacità patrimoniale del debitore.
Se, nel momento in cui il consumatore contrae il debito che ne determina la sovraesposizione debitoria, egli non può essere inconsapevole di non essere in grado di farvi fronte, giocoforza, unici eventi giustificanti sono quelli imprevedibili, in cui questa consapevolezza manca “ipso facto”.
Ma allora, bisognerebbe dedurne “a contrario” che, se vi è shock esogeno, il debitore, se chiede denaro, è giustificato in ogni caso, anche se è consapevole di non poter restituire?
E se non chiede denaro, come può trovarsi in una situazione di sovraindebitamento tutelabile al di fuori del caso dello shock esogeno?
Davvero, sembra proprio di poter concludere che lo shock esogeno non cambia le cose in punto consapevolezza, che rimane, comunque, quando si chiede il prestito a causa dell’evento improvviso, così come quando non si chiede alcun prestito, come anche in assenza di eventi improvvisi.
Se si dimostra, infatti, l’irrilevanza della consapevolezza, si comprende come unico requisito legittimante sia l’assenza di colpa nell’aver determinato le cause del sovraindebitamento.
Ed infatti, in primo luogo, come si può pensare che chi sia costretto a chiedere soldi in prestito per sopravvivere possa porsi il problema di essere o meno consapevole circa la possibilità di restituirli: in realtà, li va a chiedere e spera di farcela. Punto.
In secondo luogo, il sovraindebitamento, è bene ribadirlo, è spesso frutto di un processo graduale, che si compie al di fuori della consapevolezza di trovarsi o meno oltre la soglia di restituibilità del prestito, anche perché può ben darsi il caso che il sovraindebitato non abbia chiesto nuovi prestiti, ma debba semplicemente pagare i normali debiti correnti divenuti eccessivi per l’aumento del normale costo della vita, non controbilanciato dall’aumento del suo reddito (stabile o più spesso ridotto).
Infine, se la legge, come è chiaro anche dalla sua collocazione, vuole tutelare le vittime dell’usura, facendole uscire dalla morsa dello strozzinaggio, non può certo considerare rilevante la consapevolezza nel sovraindebitarsi, visto che l’usurato non ha certo questa di colpa e, benché consapevole, piuttosto non ha altra scelta per far fronte al debito smisuratamente crescente.
A ben considerare, una legge non può prevedere come requisito di accesso un parametro che di fatto impedisca l’accesso proprio a coloro che quella legge vorrebbe tutelare.
Non si può fare una legge a favore di Super Pippo (che veste di rosso) e poi dire che quelli con il vestito rosso non possono giovarsene.
Allora si deve concludere che la consapevolezza sia un parametro solo apparente, poiché: 1) non riguarda gli usurati; 2) non riguarda chi si trova sovraindebitato senza aver fatto nulla, né chiesto nuovi prestiti; 3) vale soltanto a dare rilievo ad un requisito (lo shock esogeno) non voluto dal Legislatore, che – all’atto pratico – non crea alcuna effettiva differenza proprio in punto di consapevolezza, presente sia con che senza shock esogeno: infatti, si può avere sovraindebitamento anche senza che sia successo nulla di imprevisto, cosicché neppure lo shock esogeno può essere dirimente.
Ragion per cui, ritenuto come solo apparente il parametro della consapevolezza, rimane utilizzabile soltanto il parametro dell’assenza di colpa nell’aver causato il sovraindebitamento, di cui si è già detto nella mia precedente nota.
Queste difficoltà interpretative, che stanno di fatto rendendo inutilizzabile un prezioso strumento di crescita economica del Paese, sono state in ogni caso tenute presenti dalla Commissione Rordorf, che si è sforzata di bypassare il concetto di colpa, sin troppo moraleggiante, per approdare ad un più adattabile criterio di assenza di mala fede o di frode (cfr. punto 9, lett. b) del DDL delega).
Starà poi al Legislatore delegato rendere più concreto questo sforzo.
È prevista anche, per una sola volta nella vita, l’esdebitazione del nullatenente, similmente al sistema francese, che ammette a questo beneficio anche le famiglie nullatenenti (punto 9, lett. c).
Negli altri casi, l’esdebitazione potrà essere concessa fino a due volte, con un intervallo di almeno cinque anni (punto 9, lett. d).
Anche le persone giuridiche potranno essere esdebitate (punto 9, lett. g).
Il lavoro della Commissione ha condotto anche ad ipotizzare l’accesso alla procedura per interi nuclei familiari (punto 9, lett. a).
Dovrà essere previsto un ombrello protettivo, come quello che oggi è costituito dal preconcordato per il concordato preventivo (punto 9, lett. e).
L’iniziativa per l’apertura della procedura sarà data anche ai creditori, per le procedure liquidatorie, ed anche al P.M. nei confronti degli imprenditori (punto 9, lett. f).
Una menzione particolare merita il cenno alle sanzioni che dovranno essere previste per i casi di violazione del merito creditizio (punto 9, lett. h), in cui molto spesso la dissimmetria informativa in favore del finanziatore rende quest’ultimo, già con le vigenti norme, maggiormente responsabile del sovraindebitamento di chi ha contratto il debito spinto da stringente necessità.

Il divieto di iniziare o proseguire azioni cautelari o esecutive sul patrimonio del sovraindebitato nelle varie procedure previste dalla L. 3/2012

ACCORDO PER LA CRISI DA SOVRAINDEBITAMENTO

Viene disposto dal Giudice contestualmente al Decreto di fissazione di  Udienza, e si protrae fino alla definitività del provvedimento di omologazione (articolo 10, legge 27 gennaio 2012, n. 3).  L’accordo omologato è obbligatorio per tutti i creditori anteriori, i creditori con causa o titolo posteriore non possono procedere esecutivamente sui beni oggetto del piano (articolo 12, legge 27 gennaio 2012, n. 3)

PIANO DEL CONSUMATORE

Può essere disposto dal Giudice già a decorrere  dal decreto di fissazione di Udienza se egli ravvede un possibile pregiudizio per il buon esito della procedura. Si protrae fino alla definitività del provvedimento di omologazione (articolo 12-bis, legge 27 gennaio 2012, n. 3). Il piano omologato è obbligatorio per tutti i creditori anteriori, i creditori con causa o titolo posteriore non possono procedere esecutivamente sui beni oggetto del piano (articolo 12-ter, legge 27 gennaio 2012, n. 3)

LIQUIDAZIONE DEL PATRIMONIO DEL DEBITORE NON FALLIBILE

Decorre dal decreto di apertura della liquidazione e si estende fino alla chiusura della procedura di liquidazione stessa. ( non fino alla definitività del provvedimento di omologazione, che non è previsto (articolo 14-quinquies, legge 27 gennaio 2012, n. 3).

Duplice ruolo per il gestore della crisi da sovraindebitamento

Duplice ruolo per il gestore della crisi da sovraindebitamento

Il professionista incaricato, in presenza dei relativi presupposti, redige il piano del consumatore e lo attesta
/ Lunedì 16 maggio 2016

La relazione del gestore della crisi di cui all’art. 9, comma 3-bis della L. 3/2012 deve riepilogare, tra l’altro, il piano del consumatore esposto nel ricorso sottoscritto dal debitore, effettuando un esame critico, finalizzato al rilascio del giudizio di fattibilità: sul punto, la Fondazione Nazionale dei Commercialisti, nel documento del 31 marzo 2016, ritiene che la terzietà di tale professionista non costituisca un elemento indispensabile, né è richiesto dalla norma, che prevede, invece, che presti il proprio ausilio nella predisposizione del piano (art. 7, comma 1-bis della L. 3/2012).
Questo duplice ruolo di sostanziale coautore del piano e attestatore dello stesso pone problemi di equilibrio e serietà del giudizio, e più delicati rispetto alle attestazioni previste per gli istituti disciplinati dal RD n. 267/42 (piano di risanamento, accordo di ristrutturazione dei debiti e concordato preventivo), che presuppongo una terzietà indiscutibile e permamente.

L’indipendenza è fondamentalmente uno stato mentale che il professionista deve salvaguardare, in ogni manifestazione della propria attività in cui sia richiesta.
A parere della FNC, l’indipendenza e l’assenza di cause di incompatibilità devono sussistere al momento di assunzione dell’incarico, e “non vengono meno neppure nel caso in cui il Referente dell’OCC, al quale il debitore si sia rivolto per chiedergli di assegnargli un professionista qualificato che esamini la sua situazione, affidi al futuro Gestore, scelto nell’ambito dei professionisti iscritti nei propri albi, l’incarico di effettuare una pre istruttoria sull’ammissibilità del sovraindebitato ad una delle procedure previste dalla L. 3/2012. Del resto, come confermano i principi approvati dal CNDCEC, anche l’attestatore nelle procedure previste dalla legge fallimentare svolge delle verifiche preliminari prima di accettare l’incarico, senza che ciò comprometta la sua indipendenza. E si tratta di verifiche molto più pregnanti di quella dei presupposti di ammissibilità del debitore al piano del consumatore”.

A questo proposito, è richiamato il § 2.5.8 dei “Principi di attestazione dei piani di risanamento”, che induce la FNC a ritenere che non venga meno l’indipendenza del gestore della crisi che abbia conosciuto il debitore per incarico dell’OCC prima della sua nomina e che, successivamente ad un sommario esame di ammissibilità e fattibilità, sia stato poi nominato, collabori alla redazione del piano e ne attesti la fattibilità.

Da consigliare una proposta che sia omologabile

Il gestore della crisi deve consigliare il debitore a formulare una proposta che ritiene omologabile e, qualora le disponibilità patrimoniali o la situazione concreta non lo consentano, deve prospettare al consumatore la necessità di accedere ad un’altra procedura, oppure rinunciare all’incarico.
L’errore più grave sarebbe quello di essere troppo accondiscendente rispetto al sovraindebitato, e spingersi ad attestare la fattibilità di un piano che si reputa già in partenza incapace di superare il vaglio critico del giudice e le opposizioni dei creditori.

La FNC ritiene, inoltre, che – in virtù del ruolo conferito dalla legge come ausilio al debitore nella formulazione del piano e presentazione del ricorso – la redazione dell’istanza per la fissazione dell’udienza di omologazione sia preceduta da una fase avanzata e pressoché definitiva di scrittura della relazione del gestore della crisi: è, pertanto, necessario che quest’ultimo abbia già appurato l’ammissibilità, la diligenza e meritevolezza del debitore, nonché la fattibilità del piano, anche attraverso diverse ipotesi.

In definitiva, la relazione del gestore della crisi, con riguardo al piano proposto dal consumatore, deve esporre le seguenti informazioni: l’indicazione della proposta, in termini di messa a disposizione di elementi patrimoniali e reddituali; l’intervento di terzi; le garanzie offerte e i depositi cauzionali; l’eventuale necessità della nomina del liquidatore, in sede di decreto di omologazione o successivamente; i tempi previsti per l’esecuzione degli atti di liquidazione e dei pagamenti; l’eventuale suddivisione dei creditori in classi; la somma da attribuire ad ogni creditore.

Debito IVA falcidiabile nel concordato preventivo liquidatorio

Debito IVA falcidiabile nel concordato preventivo liquidatorio

Per la Corte Ue, è sufficiente l’attestazione professionale del trattamento migliore rispetto all’alternativa del fallimento
/ Venerdì 08 aprile 2016

L’imprenditore in stato di insolvenza, al fine di estinguere le proprie passività mediante la liquidazione del suo patrimonio, può presentare un ricorso per l’ammissione al concordato preventivo, con il quale propone di pagare soltanto parzialmente un debito per l’imposta sul valore aggiunto attestando – sulla base dell’accertamento di un esperto indipendente – che il credito dell’Amministrazione finanziaria non riceverebbe una soddisfazione migliore nel caso del proprio fallimento.
Lo ha stabilito la Corte di Giustizia Ue, con sentenza C-546/14, pubblicata ieri, con riferimento alla domanda di pronuncia pregiudiziale formulata dal Tribunale di Udine, con ordinanza del 30 ottobre 2014, ai sensi dell’art. 267 del TFUE, sull’interpretazione degli artt. 2, 250, par. 1 e 273 della direttiva 2006/112/CE, e dell’art. 4, par. 3 del TUE.

In particolare, l’autorità giudiziaria friulana aveva chiesto se tali fonti comunitarie debbano essere interpretate nel senso di rendere incompatibile una norma interna, rappresentata, nel caso di specie, dagli artt. 162 e 182-ter del RD 267/42 per l’inammissibilità della domanda di concordato preventivo, con pagamento parziale del debito per IVA, qualora non venga utilizzato lo strumento della transazione fiscale.
In altri termini, era stato investito il giudice comunitario per chiarire se l’obbligo degli Stati membri, previsto dal diritto dell’Unione europea, di adottare tutte le misure legislative e amministrative necessarie a garantire il prelievo integrale dell’IVA impedisca effettivamente di ricorrere a una procedura concorsuale alternativa al fallimento, nel cui ambito l’imprenditore in stato di insolvenza liquidi tutto il proprio patrimonio per soddisfare i creditori e preveda pagamenti dei debiti per IVA non deteriori rispetto all’ipotesi alternativa del fallimento, in virtù dell’accertamento di un esperto indipendente e all’esito del controllo formale del Tribunale.

La Corte di Giustizia ha preliminarmente osservato che la procedura di concordato preventivo è soggetta a presupposti di applicazione rigorosi, al fine di offrire garanzie per quanto concerne, in particolare, il recupero dei crediti privilegiati, compresi, quindi, quelli afferenti all’IVA: a questo proposito, è stato richiamato il contenuto dell’art. 160, comma 2 L. fall., secondo cui il pagamento parziale di un credito privilegiato può essere ammesso soltanto se un esperto indipendente – in possesso dei requisiti previsti dall’art. 67, comma 3, lett. d) L. fall. – attesta che tale credito non riceverebbe un trattamento migliore nel caso di fallimento del debitore, in ragione della collocazione preferenziale, “avuto riguardo al valore di mercato attribuibile ai beni o diritti sui quali sussiste la causa di prelazione”.

A parere del giudice comunitario, la procedura di concordato preventivo appare, pertanto, idonea a consentire di accertare che, a causa dello stato di insolvenza dell’imprenditore, lo Stato membro interessato non possa recuperare il proprio credito IVA in misura maggiore.
In tale sede, è stato altresì osservato che la proposta concordataria è soggetta al voto di tutti i creditori, ai quali il debitore non proponga un pagamento integrale del loro credito, e che deve essere approvata da tanti creditori che rappresentino la maggioranza del totale dei crediti ammessi al voto: conseguentemente, tale procedura permette all’Agenzia delle Entrate – o al concessionario della riscossione, per gli importi iscritti a ruolo – di votare contro la proposta di pagamento parziale del credito IVA, qualora non concordi con le determinazioni dell’esperto indipendente.

L’Agenzia può votare contro e poi opporsi all’omologazione della proposta

Al ricorrere di tale ipotesi, nell’eventualità in cui la proposta concordataria sia approvata dalla maggioranza di cui all’art. 177 L. fall., l’Amministrazione finanziaria ha comunque la possibilità di opporsi all’omologazione della stessa: in ogni caso, il Tribunale può omologare il concordato, se ritiene che possa soddisfare il predetto credito tributario in misura non inferiore rispetto alle alternative concretamente praticabili (art. 180, comma 4 L. fall.).

Alla luce delle suddette considerazioni, la Corte di Giustizia Ue ha, quindi, concluso che l’ammissione di un pagamento parziale di un credito IVA, da parte di un imprenditore in stato di insolvenza, nell’ambito di una procedura di concordato preventivo che – a differenza delle misure trattate nelle cause C-174/07 e C-132/06 – non costituisce una rinuncia generale e indiscriminata alla riscossione dell’IVA, non è contraria all’obbligo degli Stati membri di garantire il prelievo integrale dell’imposta nel loro territorio e la riscossione effettiva delle risorse proprie dell’Unione europea.