Bozza nuovo codice della crisi e dell’insolvenza in attuazione della L. 155/2017

L’esigenza di modernizzare la complessa materia concorsuale, nel frattempo oggetto di continui interventi, è stata sollecitata anche dall’ Unione Europea che, con Regolamento (UE) 2015/848 del Parlamento e del Consiglio del 20 maggio 2015 tratta l’efficienza e l’efficacia delle procedure di insolvenza per il buon funzionamento del mercato interno in ragione delle sempre più crescenti implicazioni transfrontaliere. In tal senso anche la proposta di direttiva del Parlamento europeo del 22 novembre 2016 che ha posto un duplice obiettivo: garantire alle imprese in difficoltà degli strumenti giuridici idonei ad aumentare l’efficacia delle procedure di ristrutturazioni; Intervenire prima che l’impresa versi in gravi difficoltà in modo da preservare le parti di attività economicamente sostenibili.

Con la L. 155/2017, contenente la delega al Governo per la riforma delle discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza, si è voluto dare risposta alla cultura d’impresa del nostro tempo nel frattempo mutata e alle sollecitazioni indicate.  Si tratta sicuramente di una buona notizia, non solo per il mondo imprenditoriale ma anche per i nostri partners transfrontalieri, considerato che abbiamo aggiornato una legge di fondamentale importanza per l’economia delle imprese e dei loro stakeholders.

La bozza del  nuovo “Codice della crisi e dell’insolvenza” , in attuazione della L. 155/2017,  presenta molteplici novità:

  • In primis viene definitivamente eliminato il termine “ Fallimento” sostituito con “Liquidazione Giudiziale” così da rimuovere la negatività e il discredito , anche personale, che storicamente a quella parola si accompagna. L’abbandono, quindi, di una terminologia giudicata infamante può dare una prima idea sull’impianto complessivo della riforma, che mira a favorire : * la ristrutturazione del patrimonio di impresa,  la continuazione dell’attività aziendale,  il permanere del rapporto tra debitore e creditori affinchè  possa proseguire     nelle relazioni commerciali, una volta ristrutturato il debito.                                                                 Viene introdotto lo stato della crisi dell’impresa, inteso come probabilità di insolvenza futura. L’idea del legislatore è quella di dare rilevanza, nel nostro diritto, non solo alla INSOLVENZA quale condizione irreparabile, definitiva, di incapacità sistemica ad adempiere alla obbligazioni man mano che scadono”, concetto già così definito nell’art. 5 della Legge Fallimentare e ribadito nella nuova Riforma , ma di dare rilevanza anche alla SITUAZIONE DI PERICOLO DI INSOLVENZA, recuperabile e pertanto non definitiva, il cui indice è il malessere finanziario ( e anche economico) per avvenimenti accaduti ma a cui si può recuperare con l’adozione di rimedi di ristrutturazione del debito, al fine di evitare la insolvenza definitiva.
  • Principio di notevole importanza è la istituzione di un UNICO MODELLO DI PROCESSO PER L’ACCERTAMENTO DELLO STATO DI INSOLVENZA. Tutti i soggetti insolventi che siano o no imprenditori ( consumatori, imprenditori grandi e piccoli, enti) saranno accertati secondo un unico regime processuale, da qui una enorme semplificazione per i professionisti e magistrati che operano in questo ambito.
  • Altro aspetto fondamentale concerne I GIUDICI. Per garantire un livello adeguato di professionalità nella gestione dei diritti di impresa sono stati costituiti i Tribunali delle Imprese dove operano giudici specializzati in diritto societario e in diritto industriale.
  • Ulteriore principio è dedicato ai GRUPPI DI IMPRESE dove, in primo luogo, si prevede una definizione di imprese di gruppo modellata sulla nozione di “direzione e coordinamento” secondo i principi degli artt. 2497 e segg. del C.C. . Si tratta di ribadire la nozione di direzione e coordinamento già presente nel nostro Codice Civile , la quale disciplina è costruita intorno al concetto di responsabilità. Cioè, non sono regole che descrivono come un gruppo è fatto ma sono regole che stabiliscono come si allocano le responsabilità all’interno del gruppo.                                                                                 Oltre queste regole di carattere generale ci sono norme specifiche che riguardano la cosiddetta gestione unitaria della procedura di concordato preventivo e poi di liquidazione giudiziale dei gruppi di imprese. E’ di rilievo la novità di potere attuare una procedura unitaria tanto di fallimento quanto di concordato, perché la procedura riguarda l’impresa, anche se gestita da più soggetti insolventi e, pertanto, bisognerà considerare, all’interno di questa procedura unitaria, le posizioni di tutti questi soggetti Ma ciò potrà avvenire nell’ambito di una unica procedura e, questa è una soluzione fondamentale perché, dal momento in cui la procedura rimane unica, la ristrutturazione dell’attività economica dell’impresa potrà fondarsi su un piano aziendale unitario al quale parteciperanno ,per quanto di competenza, le singole società, tutte coordinate in un disegno unitario e non in procedure spezzettate, che fino ad oggi rendono impossibile una ristrutturazione reale del gruppo.
  • Ma la unica, vera novità , di portata generale della Riforma indubbiamente consiste nella previsione di PROCEDURE DI ALLERTA che stabiliscono un vero e proprio controllo sull’imprenditore al fine di intervenire precocemente al manifestarsi di uno stato di crisi, in modo da evitare la liquidazione giudiziale. Le misure di allerta si realizzano su due piani distinti . Uno riguarda regole sugli assetti organizzativi della società perché si dispone che occorrerà stabilire assetti organizzativi adeguati che facciano emergere immediatamente lo stato di insolvenza o il pericolo di insolvenza all’attenzione degli amministratori.                                                                                    Si stabiliscono doveri degli amministratori e dei sindaci per la pronta reazione a questo problema, e queste sono misure di allerta interne ,sanzionate con le regole della responsabilità civile degli amministratori e sindaci. Poi ci sono le misure di allerta esterne perché taluni creditori potranno effettuare, in luogo della inerzia degli amministratori e sindaci, queste denunce e potranno sottoporre la questione di insolvenza o pericolo di insolvenza nell’ambito di una procedura confidenziale, cioè riservata, ad appositi collegi commerciali di giudicanti che lavoreranno all’interno delle Camere di Commercio, al fine di poter addivenire ad una risoluzione concordata della crisi che elimini lo spauracchio della istruttoria fallimentare.

Per la novità e importanza della riforma della disciplina della crisi di impresa e della insolvenza ,questo corso  tratterà gli argomenti nello stesso ordine utilizzato dalla riforma. Ma attraverso questo tipo di esposizione, il vero scopo di questo corso è quello di precisare quali sono le idee attorno alle quali sarà organizzata la nuova disciplina della crisi di impresa. Questo corso si propone di essere più utile di un normale seminario che illustra regole, in quanto vuole evidenziare quali sono le ragioni che regolano la riforma e in questo modo comprendere veramente il significato delle sue norme per poterle usare al meglio nella professione.

Bozza nuovo codice della crisi e dell’insolvenza

 

Iva e ritenute, sì allo stralcio nel sovraindebitamento (il sole 24 ore del 17.7.17)

Composizione delle crisi. I giudici ampliano i confini dell’istituto in linea con i dettami UeIva e ritenute, sì allo stralcio nel sovraindebitamento
Vanno chiariti i profili reddituali per gli operatori economici
I giudici aumentano le chance di stralcio dei debiti con il Fisco. Gli aspetti tributari del sovraindebitamento sono oggi di particolare interesse, soprattutto perché dal punto di vista applicativo la giurisprudenza italiana – sulla scia degli indirizzi registrati in ambito Ue – inizia a riconoscere l’ampliamento dello stralcio anche ai fini dell’Iva e delle ritenute operate ma non versate (vale a dire dei tributi “armonizzati”), pur in assenza di un riconoscimento normativo.
La disciplina sul sovraindebitamento non prevede – come per le ipotesi dei soggetti fallibili – la possibilità di pagare parzialmente i debiti Iva e le ritenute operate e non versate, limitandosi a prevedere la sola dilazione (articolo 7, legge 3/2012) e stabilendo, invece, la falcidiabilità per tutti gli ulteriori debiti fiscali e non. Si tratta di una disparità normativa che non trova una coerente ragione giustificatrice nel sistema, laddove si consideri che tutte le procedure concorsuali, sia quelle per imprenditori o soggetti fallibili sia per soggetti non fallibili, presentano la medesima funzione della salvaguardia della par condicio creditorum nel rispetto dei principi dell’ordinamento.
In tal senso, in attesa di una più coerente previsione normativa che estenda anche alle ipotesi qui in esame la falcidiabilità dei debiti fiscali a titolo di Iva e di ritenute, la pronuncia del Tribunale di Pistoia (26 aprile 2017) applica in modo estensivo, e in linea con gli indirizzi europei, lo stralcio a tali debiti nelle procedure di sovraindebitamento (si veda Il Sole 24 Ore del 1° giugno). Ciò in base all’assunto che, a seguito dell’intervento della Corte di giustizia europea (causa C-546/14 e causa 493/15), una diversa interpretazione dell’articolo 7 della legge 3/2012 mal si concilierebbe con i principi comunitari ai quali la medesima norma fa esplicito richiamo e riferimento. La ratio della pronuncia risiede nella previsione della possibilità di avvalersi dello stralcio nel caso in cui la proposta del debitore sia migliorativa rispetto a quanto ricavabile da una eventuale liquidazione del patrimonio personale.
Inoltre, a questa rilevante agevolazione potrebbe aggiungersi il riconoscimento giuridico nell’ambito delle procedure di sovraindebitamento del doppio termine di prescrizione delle cartelle di Equitalia (ordinanza 20213/2015 di Cassazione): in tale ipotesi, sarebbe previsto un periodo di soli cinque anni nel caso gli atti non siano definitivi (ad esempio nel caso di ruoli tardivamente consegnati all’esattore) oppure rispetto a talune categorie di tasse, oppure quando risulta spirato l’ordinario termine decennale.
Le opportunità operative per lo stralcio dei debiti fiscali sono quindi consistenti e iniziano ad avere un andamento giurisprudenziale consolidato. Esistono, tuttavia, alcune ombre in merito a taluni aspetti ricollegabili in particolare al sovraindebitamento per i soggetti economici. In particolare:
la rilevanza reddituale degli stralci dei debiti;
la tassazione delle eventuali plusvalenze per la cessione dei beni rientranti nell’accordo;
le modalità di gestione delle note di variazione Iva per il debitore assoggettato alla procedura in questione.
Rispetto ai primi due punti, il Tuir negli articoli di riferimento (88, comma 4, e 86, comma 5, del Dpr 917/86) non fa menzione delle procedure di sovraindebitamento, ma per ratio legis non si comprenderebbe la mancata inclusione dell’irrilevanza reddituale di questi due componenti positivi d’impresa per l’operatore/debitore.
Relativamente, invece, ai debiti in essere al momento dell’apertura della procedura, si discute sulle modalità applicative di quanto previsto all’articolo 26 del Dpr 633/72, cioè se sia dovuta o meno l’Iva esposta nella nota di variazione Iva per lo stralcio del debito. In base alla circolare 12/E del 13 aprile scorso (punto 13) – nella quale non vi è traccia dell’assimilazione del sovraindebitamento alle procedure fallimentari – si dovrebbe concludere per l’assoggettamento a Iva della nota di variazione ricevuta. Questa conclusione parrebbe confermata da un passaggio della richiamata circolare 19/E/2015, laddove – anche sulla base di quanto statuito dalla giurisprudenza di legittimità (Cassazione 22931 e 22932 del 2011) – viene sottolineato che «a prescindere dalla presenza o meno di una transazione fiscale, il credito Iva deve sempre essere pagato per intero».
In linea generale, la prassi dell’agenzia delle Entrate sull’istituto è particolarmente avara di indicazioni, fatta eccezione appunto per la circolare-quadro 19/E. Il che fa presagire che sarà la giurisprudenza di merito nazionale e comunitaria a tracciare i percorsi operativi.
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Pagina a cura di
Stefano Mazzocchi
Santo Viotti

L. 232/2016 Modifiche alla disciplina della transazione fiscale (articolo 182-ter, legge fallimentare)

Il sole 24 ore del 11/1/2017
 
Oltre ad ammettere la falcidiabilità di Iva e ritenute non versate, la legge di bilancio 2017 (legge 232/2016) apporta altre modifiche alla disciplina della transazione fiscale (articolo 182-ter, legge fallimentare): interviene su aspetti quali il perimetro delle posizioni transabili e la razionalizzazione delle modalità di voto e adesione, lasciando peraltro alcuni aspetti irrisolti. Il nuovo comma 1 dell’articolo 182-ter, dal 1° gennaio non prevede più la limitazione, mai stata chiarissima, alla quota chirografaria dei debiti anche non iscritti a ruolo. Si tratta, nei fatti, non tanto di una novità, quanto del recepimento dell’orientamento espresso sin dal 2008 dall’agenzia delle Entrate. La circolare 40/E/2008, già riconosceva la necessità di una interpretazione sistematica, e non letterale, della norma, alla luce dei successivi periodi secondo e terzo. La conclusione non poteva che condurre a comprendere nel perimetro dei crediti tributari o previdenziali transabili sia quelli privilegiati sia quelli chirografari, indipendentemente dall’iscrizione a ruolo. Ciò oggi, con l’espunzione del riferimento al ruolo, trova formalizzazione normativa, pur già sperimentata da lungo tempo nella prassi operativa. La riscrittura del comma 1 avrebbe forse potuto chiarire definitivamente anche che il perimetro di accessibilità alla transazione fiscale accoglie tutti i crediti tributari e previdenziali dotati di legittima causa di prelazione, sia essa costituita da privilegio (articoli 2745 e seguenti del Codice civile) o da ipoteca giudiziale acquisita sulla base del titolo esecutivo costituito dal ruolo, decorsi inutilmente i 60 giorni dalla notifica della cartella di pagamento (articolo 77, Dpr 602/1973). L’Agenzia lo aveva già chiarito e la nuova versione del secondo periodo del primo comma avrebbe forse potuto recepirlo. Modificata anche la procedura di espressione del voto o dell’assenso, ora riferita per il debito complessivo all’Agenzia. Nella precedente formulazione l’adesione alla proposta di transazione spettava, a mente dei commi 3 e 4, all’Agenzia per i tributi non iscritti a ruolo o comunque non consegnati all’agente della riscossione e direttamente a quest’ultimo per quanto già recepito alla data di presentazione della domanda, pur su indicazione del direttore dell’ufficio, a ciò autorizzato dalla direzione regionale. Nella nuova formulazione il voto sulla proposta concordataria o l’adesione a transazione ed accordo di ristrutturazione sono di competenza della sola Agenzia, lascando all’agente solo l’indicazione riferita agli oneri di riscossione di cui all’articolo 17 del Dlgs 112/1999. Corretto anche quel che è sempre apparso un refuso, cioè il riferimento alla direzione generale, invece di quella regionale (quinto comma). Nuova la previsione, per l’accordo di ristrutturazione del debito di cui all’articolo 182-bis della Legge fallimentare, dell’obbligo per l’attestatore di verificare nella relazione dovuta ai sensi del primo comma che il trattamento offerto sia per lo Stato conveniente rispetto alle alternative concretamente praticabili. Sparisce infine nella nuova formulazione il vecchio quinto comma, e con lui la cessazione automatica della materia del contendere alla chiusura della procedura concordataria, perlomeno per i tributi transati. Un elemento di instabilità in più, quindi, che pare aggiungersi alla questione, immodificata nel nuovo testo, della permanenza in capo all’amministrazione finanziaria del potere di ulteriori accertamenti.

1 ° CORSO ALTA FORMAZIONE PER GESTORI CRISI DA SOVRAINDEBITAMENTO OCC TERAMO

Il corso di alta formazione specialistica in “Gestione della crisi d’impresa e da sovraindebitamento” è un’iniziativa congiunta dell’Università degli Studi di Teramo con l’OCC dei Commercialisti di Teramo.

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Con la pubblicazione dei decreti di attuazione è entrata pienamente in vigore la Legge 3/2012 nella parte in cui istituisce gli Organismi di Composizione della crisi da sovraindebitamento.

L’ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Teramo ha costituito il proprio Organismo di Composizione della Crisi da Sovraindebitamento (OCC), ai sensi del DM 202/2014, di attuazione della L. 3/2012, ed è iscritto al n. 23 Sez. A del Registro OCC del Ministero della Giustizia. La normativa reca la disciplina della crisi di tutti i soggetti non fallibili – segnatamente: imprese commerciali sottosoglia, imprese agricole, professionisti, consumatori – e ne regola l’accesso a tre procedure concorsuali dedicate (accordo, piano del consumatore, liquidazione del patrimonio), consentendo così, se meritevole, di ottenere effetti di esdebitazione dei debiti residui.

Il Corso intende fornire ai partecipanti la formazione prescritta dal regolamento di attuazione al fine dell’iscrizione, quali gestori della Crisi, negli elenchi degli OCC. Offre pertanto un’opportunità per i professionisti di nuove chance di consulenza professionale: i professionisti, in particolare i commercialisti, gli avvocati ed i notai possono essere sia i consulenti del debitore con il quale costruiscono il piano di risanamento sia i gestori della crisi nella veste di organismo di composizione della crisi. È importante quindi valorizzare gli strumenti di risanamento per un’ampia platea di consumatori, professionisti ed imprese.

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Locandina-convegno-retro

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Piano Del Consumatore Mantenimento della proprietà della casa di abitazione come bene essenziale

Tribunale Verona 20 luglio 2016 – – Est. Platania.

Sovraindebitamento – Piano del consumatore – Indebitamento non volontario – Debiti per mancato pagamento delle rate del mutuo – Piano del consumatore con garanzia al mantenimento della moglie-debitrice prestata dal marito – Mantenimento della proprietà della casa di abitazione come bene essenziale – Istanza di sospensione delle procedura esecutiva immobiliare ex art. 12 bis comma 2 legge n. 3/2012 – Ammissibilità – Omologazione del piano

È omologabile il piano del consumatore derivante da un sovraindebitamento non volontariamente provocato dalla debitrice, per il venir veno dell’apporto della sua famiglia al pagamento delle rate del mutuo.

Risulta omologabile il piano del consumatore in cui è acquisito l’impegno del marito al pagamento di una somma per il mantenimento della moglie-debitrice, in modo che parte dello stipendio della stessa possa essere destinato all’adempimento della proposta prevista nel piano.

È omologabile il piano del consumatore che preveda una cifra inferiore rispetto a quella che sarebbe spettata alla banca ove fosse proseguito il contratto di mutuo. Il sacrificio richiesto al creditore con l’omologazione del piano è certo, ma nello stesso tempo inferiore rispetto a quello che deriverebbe dalla vendita dell’immobile ipotecato. Tale sacrificio, inoltre, risulta conforme alla finalità della legge sul sovraindebitamento, finalità che consiste nel permettere ai debitori non fallibili di uscire dalla loro crisi, ricollegandoli nell’alveo dell’economia palese, senza il rischio di cadere nell’usura e cercando di mantenere la proprietà dei beni essenziali come la casa di abitazione. (Roberta Tedeschi Il Caso.it ) (riproduzione riservata)

Postilla sulla colpa nella legge n. 3/2012 Blog Il Caso.it

Postilla sulla colpa nella legge n. 3/2012 sul sovraindebitamento del consumatore e la proposta della Commissione RORDORF
Pubblicato il 23/09/16 02:00 [Articolo 551]
di Dott. Giuseppe Limitone, Magistrato


Approfondendo lo spinoso tema della colpa del consumatore nel sovraindebitarsi, corre l’obbligo di dare conto di ulteriori sviluppi interpretativi, che potrebbero consentire di armonizzare la tesi (formulata nella mia precedente nota in argomento1) secondo cui non si può precludere al consumatore l’accesso alla procedura “perché si rendeva conto di sovraindebitarsi, visto che comunque non ha creato con colpa le condizioni di base del maggior debito”, con il testo normativo, per il quale il giudice può omologare il piano soltanto “quando esclude che il consumatore ha assunto obbligazioni senza la ragionevole prospettiva di poterle adempiere ovvero che ha colposamente determinato il sovraindebitamento, anche per mezzo di un ricorso al credito non proporzionato alle proprie capacità patrimoniali”.
La consapevolezza nel sovraindebitarsi sembra, infatti, costituire un muro insuperabile ai fini dell’accesso alla procedura.
Invece, occorre ribadire e dimostrare che la consapevolezza nel sovraindebitarsi non può essere, allo stato attuale della legge, un valido criterio discretivo, perché si tratta in realtà di un falso requisito negativo (nel senso che sarebbe richiesta la non consapevolezza).
Tre sono, apparentemente, i parametri del c.d. test di meritevolezza indicati dall’art. 12-bis, comma 3, l. n. 3/2012: 1) aver assunto obbligazioni senza la ragionevole prospettiva di poterle adempiere; 2) avere colposamente determinato la situazione di sovraindebitamento; 3) aver fatto un ricorso al credito non proporzionato alle proprie capacità patrimoniali.
A ben vedere, però il primo parametro coincide con il terzo, perché la mancanza della ragionevole prospettiva di poter adempiere le obbligazioni che hanno dato vita al sovraindebitamento coincide con l’essersi fatti prestare dei soldi nella consapevolezza dell’insufficienza dei mezzi per poterli restituire, quindi i parametri restano due: 1) aver determinato con colpa le cause del sovraindebitamento; 2) essere stati consapevoli circa la mancanza dei mezzi di restituzione del debito.
Il secondo parametro, poi, se fosse effettivo, escluderebbe comunque “in radice” ogni ipotesi di sovraindebitamento da prestito di denaro, che non può non essere consapevole circa la presenza dei mezzi a disposizione per restituire (chiunque abbia chiesto un prestito a un usuraio, o ad un secondo usuraio per far fronte al primo debito, sarebbe dunque escluso dall’applicazione di questa legge).
Il primo parametro, a sua volta, comprende non solo i casi di shock esogeno, ma anche quelli di sovraindebitamento graduale.
Si vuole però dimostrare che l’unico parametro praticabile è il primo, mentre il secondo è un falso parametro, che addirittura cozza con il fine stesso della legge.
Ed è proprio sulla base di questo requisito, la cui irrilevanza si vuole dimostrare, che è sorta la teoria dello shock esogeno, per la quale la legge si applicherebbe solo a chi abbia subito un evento imprevisto ed improvviso che abbia fatto tracollare le sue finanze.
Se si afferma la rilevanza della consapevolezza del sovraindebitato, si apre la strada allo shock esogeno come unica situazione legittimante, poiché solo lo shock esogeno implica l’inconsapevolezza.
Lo shock esogeno si ricava infatti a contrariis dal requisito dell’assenza di consapevolezza circa la propria incapacità di restituire il prestito e la correlativa sproporzione tra nuovo debito e capacità patrimoniale del debitore.
Se, nel momento in cui il consumatore contrae il debito che ne determina la sovraesposizione debitoria, egli non può essere inconsapevole di non essere in grado di farvi fronte, giocoforza, unici eventi giustificanti sono quelli imprevedibili, in cui questa consapevolezza manca “ipso facto”.
Ma allora, bisognerebbe dedurne “a contrario” che, se vi è shock esogeno, il debitore, se chiede denaro, è giustificato in ogni caso, anche se è consapevole di non poter restituire?
E se non chiede denaro, come può trovarsi in una situazione di sovraindebitamento tutelabile al di fuori del caso dello shock esogeno?
Davvero, sembra proprio di poter concludere che lo shock esogeno non cambia le cose in punto consapevolezza, che rimane, comunque, quando si chiede il prestito a causa dell’evento improvviso, così come quando non si chiede alcun prestito, come anche in assenza di eventi improvvisi.
Se si dimostra, infatti, l’irrilevanza della consapevolezza, si comprende come unico requisito legittimante sia l’assenza di colpa nell’aver determinato le cause del sovraindebitamento.
Ed infatti, in primo luogo, come si può pensare che chi sia costretto a chiedere soldi in prestito per sopravvivere possa porsi il problema di essere o meno consapevole circa la possibilità di restituirli: in realtà, li va a chiedere e spera di farcela. Punto.
In secondo luogo, il sovraindebitamento, è bene ribadirlo, è spesso frutto di un processo graduale, che si compie al di fuori della consapevolezza di trovarsi o meno oltre la soglia di restituibilità del prestito, anche perché può ben darsi il caso che il sovraindebitato non abbia chiesto nuovi prestiti, ma debba semplicemente pagare i normali debiti correnti divenuti eccessivi per l’aumento del normale costo della vita, non controbilanciato dall’aumento del suo reddito (stabile o più spesso ridotto).
Infine, se la legge, come è chiaro anche dalla sua collocazione, vuole tutelare le vittime dell’usura, facendole uscire dalla morsa dello strozzinaggio, non può certo considerare rilevante la consapevolezza nel sovraindebitarsi, visto che l’usurato non ha certo questa di colpa e, benché consapevole, piuttosto non ha altra scelta per far fronte al debito smisuratamente crescente.
A ben considerare, una legge non può prevedere come requisito di accesso un parametro che di fatto impedisca l’accesso proprio a coloro che quella legge vorrebbe tutelare.
Non si può fare una legge a favore di Super Pippo (che veste di rosso) e poi dire che quelli con il vestito rosso non possono giovarsene.
Allora si deve concludere che la consapevolezza sia un parametro solo apparente, poiché: 1) non riguarda gli usurati; 2) non riguarda chi si trova sovraindebitato senza aver fatto nulla, né chiesto nuovi prestiti; 3) vale soltanto a dare rilievo ad un requisito (lo shock esogeno) non voluto dal Legislatore, che – all’atto pratico – non crea alcuna effettiva differenza proprio in punto di consapevolezza, presente sia con che senza shock esogeno: infatti, si può avere sovraindebitamento anche senza che sia successo nulla di imprevisto, cosicché neppure lo shock esogeno può essere dirimente.
Ragion per cui, ritenuto come solo apparente il parametro della consapevolezza, rimane utilizzabile soltanto il parametro dell’assenza di colpa nell’aver causato il sovraindebitamento, di cui si è già detto nella mia precedente nota.
Queste difficoltà interpretative, che stanno di fatto rendendo inutilizzabile un prezioso strumento di crescita economica del Paese, sono state in ogni caso tenute presenti dalla Commissione Rordorf, che si è sforzata di bypassare il concetto di colpa, sin troppo moraleggiante, per approdare ad un più adattabile criterio di assenza di mala fede o di frode (cfr. punto 9, lett. b) del DDL delega).
Starà poi al Legislatore delegato rendere più concreto questo sforzo.
È prevista anche, per una sola volta nella vita, l’esdebitazione del nullatenente, similmente al sistema francese, che ammette a questo beneficio anche le famiglie nullatenenti (punto 9, lett. c).
Negli altri casi, l’esdebitazione potrà essere concessa fino a due volte, con un intervallo di almeno cinque anni (punto 9, lett. d).
Anche le persone giuridiche potranno essere esdebitate (punto 9, lett. g).
Il lavoro della Commissione ha condotto anche ad ipotizzare l’accesso alla procedura per interi nuclei familiari (punto 9, lett. a).
Dovrà essere previsto un ombrello protettivo, come quello che oggi è costituito dal preconcordato per il concordato preventivo (punto 9, lett. e).
L’iniziativa per l’apertura della procedura sarà data anche ai creditori, per le procedure liquidatorie, ed anche al P.M. nei confronti degli imprenditori (punto 9, lett. f).
Una menzione particolare merita il cenno alle sanzioni che dovranno essere previste per i casi di violazione del merito creditizio (punto 9, lett. h), in cui molto spesso la dissimmetria informativa in favore del finanziatore rende quest’ultimo, già con le vigenti norme, maggiormente responsabile del sovraindebitamento di chi ha contratto il debito spinto da stringente necessità.

Il divieto di iniziare o proseguire azioni cautelari o esecutive sul patrimonio del sovraindebitato nelle varie procedure previste dalla L. 3/2012

ACCORDO PER LA CRISI DA SOVRAINDEBITAMENTO

Viene disposto dal Giudice contestualmente al Decreto di fissazione di  Udienza, e si protrae fino alla definitività del provvedimento di omologazione (articolo 10, legge 27 gennaio 2012, n. 3).  L’accordo omologato è obbligatorio per tutti i creditori anteriori, i creditori con causa o titolo posteriore non possono procedere esecutivamente sui beni oggetto del piano (articolo 12, legge 27 gennaio 2012, n. 3)

PIANO DEL CONSUMATORE

Può essere disposto dal Giudice già a decorrere  dal decreto di fissazione di Udienza se egli ravvede un possibile pregiudizio per il buon esito della procedura. Si protrae fino alla definitività del provvedimento di omologazione (articolo 12-bis, legge 27 gennaio 2012, n. 3). Il piano omologato è obbligatorio per tutti i creditori anteriori, i creditori con causa o titolo posteriore non possono procedere esecutivamente sui beni oggetto del piano (articolo 12-ter, legge 27 gennaio 2012, n. 3)

LIQUIDAZIONE DEL PATRIMONIO DEL DEBITORE NON FALLIBILE

Decorre dal decreto di apertura della liquidazione e si estende fino alla chiusura della procedura di liquidazione stessa. ( non fino alla definitività del provvedimento di omologazione, che non è previsto (articolo 14-quinquies, legge 27 gennaio 2012, n. 3).

Più chance al «sovraindebitato» Per i giudici non vale il limite imposto dalla legge a chi ha fatto ricorso a una procedura nei cinque anni precedenti ( IL SOLE 24 ORE DEL 20.6.16)

Il piano di ristrutturazione non omologato si può convertire in proposta di accordo con i creditori
Più chance al consumatore sovraindebitato. Se il piano di ristrutturazione dei debiti non viene omologato dal giudice, esso può essere convertito in proposta di accordo con i creditori. Lo ha deciso il Tribunale di Cagliari con ordinanza dello scorso 11 maggio (presidente Mura, relatore Caschili), risolvendo una questione controversa circa la cumulabilità dei rimedi alle crisi da sovraindebitamento.
La vicenda
Una coppia di coniugi, in mora nei confronti di due finanziarie, una banca e un fondo di solidarietà e con debiti sproporzionati rispetto alle loro disponibilità, aveva cercato di risolvere la propria condizione finanziaria con gli strumenti previsti dalla legge 3 del 2012 e aveva chiesto la nomina di un professionista legittimato a svolgere le funzioni dell’organismo di composizione della crisi da sovraindebitamento.
Il professionista aveva redatto un piano del consumatore per la ristrutturazione dei debiti e la dilazione dei pagamenti, piano del quale con ricorso i coniugi avevano chiesto al giudice l’omologazione. In subordine avevano chiesto, se il piano non fosse stato omologato, che esso venisse convertito in proposta per l’accordo con i creditori.
Il giudice aveva respinto il ricorso, perché aveva ritenuto ostativo all’omologa il fatto che i debitori avessero colposamente determinato o comunque notevolmente aggravato il proprio sovraindebitamento, con l’assunzione, pochi anni prima, di nuove obbligazioni senza che vi fosse la ragionevole prospettiva di adempierle.
Ma la domanda subordinata non era stata specificamente esaminata dal giudice che l’aveva ritenuta travolta dalla pronuncia sul diniego di omologa.
I coniugi hanno proposto reclamo al collegio che ha confermato il diniego dell’omologa ma ha ammesso che il piano possa essere convertito in proposta di accordo con i creditori.
La decisione
Il Tribunale di Cagliari ha ricordato che la legge 3 del 2012 prevede tre diversi rimedi: il piano del consumatore, l’accordo con i creditori e la liquidazione dei beni.
I requisiti di ammissione sono comuni ma solo per la proposta di piano del consumatore è prevista anche la verifica della meritevolezza. Poiché però il piano comporta un sacrificio per i creditori, l’articolo 12-bis della legge 3 del 2012 stabilisce che il giudice possa omologarlo solo se «esclude che il consumatore ha assunto obbligazioni senza la ragionevole prospettiva di poterle adempiere ovvero che ha colposamente determinato il sovraindebitamento, anche per mezzo di un ricorso al credito non proporzionato alle proprie capacità patrimoniali».
Nel caso concreto, i giudici hanno ritenuto che i coniugi non abbiano effettuato una ragionevole e adeguata valutazione presente e futura della propria capacità economica nell’assumere le varie obbligazioni; hanno poi escluso che la carente valutazione del merito creditizio da parte dei finanziatori possa di per sé assurgere a motivo di discolpa del consumatore sovraindebitato se non si prova la mala fede.
Tuttavia, dal diniego dell’omologa del piano non è derivata l’inammissibilità anche della proposta di accordo.
I giudici hanno ricordato che in base all’articolo 7, comma 2, lettera b), della legge 3 del 2012 la proposta non è ammissibile quando il debitore ha fatto ricorso nei precedenti cinque anni ai procedimenti di composizione della crisi. Questa norma è stata interpretata in senso restrittivo da altri giudici di merito: se un debitore ha proposto un ricorso non ne potrebbe proporre nessun altro nei successivi cinque anni. Ma il Tribunale di Cagliari ha invece ritenuto che la preclusione possa dipendere solo dall’avere avuto effettivo accesso a una delle tre procedure. Se invece il debitore non ha mai prima beneficiato di alcuna di esse, perché, come nel caso esaminato, non vi è stato ammesso, non sarebbe ragionevole impedirgli di chiedere la valutazione dei diversi presupposti per accedere a un’altra procedura come quella dell’accordo con i creditori.
Per questo, dunque, i coniugi sono stati ammessi all’udienza prevista dall’articolo 10 della legge 3 del 2012 e finalizzata al coinvolgimento dei creditori nell’approvazione dell’accordo. Gli atti sono stati quindi restituiti dal collegio al primo giudice per procedere alla celebrazione di quella udienza.
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Giovanbattista Tona