Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza: via libera dal Consiglio dei Ministri

9 novembre 2018 – Approvato in via preliminare

Codice della crisi d’impresa e  dell’insolvenza: via libera dal Consiglio dei Ministri

Approvato in esame preliminare, dal Consiglio dei Ministri dell’8 novembre  2018, il nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza

Bozza nuovo codice della crisi e dell’insolvenza in attuazione della L. 155/2017

L’esigenza di modernizzare la complessa materia concorsuale, nel frattempo oggetto di continui interventi, è stata sollecitata anche dall’ Unione Europea che, con Regolamento (UE) 2015/848 del Parlamento e del Consiglio del 20 maggio 2015 tratta l’efficienza e l’efficacia delle procedure di insolvenza per il buon funzionamento del mercato interno in ragione delle sempre più crescenti implicazioni transfrontaliere. In tal senso anche la proposta di direttiva del Parlamento europeo del 22 novembre 2016 che ha posto un duplice obiettivo: garantire alle imprese in difficoltà degli strumenti giuridici idonei ad aumentare l’efficacia delle procedure di ristrutturazioni; Intervenire prima che l’impresa versi in gravi difficoltà in modo da preservare le parti di attività economicamente sostenibili.

Con la L. 155/2017, contenente la delega al Governo per la riforma delle discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza, si è voluto dare risposta alla cultura d’impresa del nostro tempo nel frattempo mutata e alle sollecitazioni indicate.  Si tratta sicuramente di una buona notizia, non solo per il mondo imprenditoriale ma anche per i nostri partners transfrontalieri, considerato che abbiamo aggiornato una legge di fondamentale importanza per l’economia delle imprese e dei loro stakeholders.

La bozza del  nuovo “Codice della crisi e dell’insolvenza” , in attuazione della L. 155/2017,  presenta molteplici novità:

  • In primis viene definitivamente eliminato il termine “ Fallimento” sostituito con “Liquidazione Giudiziale” così da rimuovere la negatività e il discredito , anche personale, che storicamente a quella parola si accompagna. L’abbandono, quindi, di una terminologia giudicata infamante può dare una prima idea sull’impianto complessivo della riforma, che mira a favorire : * la ristrutturazione del patrimonio di impresa,  la continuazione dell’attività aziendale,  il permanere del rapporto tra debitore e creditori affinchè  possa proseguire     nelle relazioni commerciali, una volta ristrutturato il debito.                                                                 Viene introdotto lo stato della crisi dell’impresa, inteso come probabilità di insolvenza futura. L’idea del legislatore è quella di dare rilevanza, nel nostro diritto, non solo alla INSOLVENZA quale condizione irreparabile, definitiva, di incapacità sistemica ad adempiere alla obbligazioni man mano che scadono”, concetto già così definito nell’art. 5 della Legge Fallimentare e ribadito nella nuova Riforma , ma di dare rilevanza anche alla SITUAZIONE DI PERICOLO DI INSOLVENZA, recuperabile e pertanto non definitiva, il cui indice è il malessere finanziario ( e anche economico) per avvenimenti accaduti ma a cui si può recuperare con l’adozione di rimedi di ristrutturazione del debito, al fine di evitare la insolvenza definitiva.
  • Principio di notevole importanza è la istituzione di un UNICO MODELLO DI PROCESSO PER L’ACCERTAMENTO DELLO STATO DI INSOLVENZA. Tutti i soggetti insolventi che siano o no imprenditori ( consumatori, imprenditori grandi e piccoli, enti) saranno accertati secondo un unico regime processuale, da qui una enorme semplificazione per i professionisti e magistrati che operano in questo ambito.
  • Altro aspetto fondamentale concerne I GIUDICI. Per garantire un livello adeguato di professionalità nella gestione dei diritti di impresa sono stati costituiti i Tribunali delle Imprese dove operano giudici specializzati in diritto societario e in diritto industriale.
  • Ulteriore principio è dedicato ai GRUPPI DI IMPRESE dove, in primo luogo, si prevede una definizione di imprese di gruppo modellata sulla nozione di “direzione e coordinamento” secondo i principi degli artt. 2497 e segg. del C.C. . Si tratta di ribadire la nozione di direzione e coordinamento già presente nel nostro Codice Civile , la quale disciplina è costruita intorno al concetto di responsabilità. Cioè, non sono regole che descrivono come un gruppo è fatto ma sono regole che stabiliscono come si allocano le responsabilità all’interno del gruppo.                                                                                 Oltre queste regole di carattere generale ci sono norme specifiche che riguardano la cosiddetta gestione unitaria della procedura di concordato preventivo e poi di liquidazione giudiziale dei gruppi di imprese. E’ di rilievo la novità di potere attuare una procedura unitaria tanto di fallimento quanto di concordato, perché la procedura riguarda l’impresa, anche se gestita da più soggetti insolventi e, pertanto, bisognerà considerare, all’interno di questa procedura unitaria, le posizioni di tutti questi soggetti Ma ciò potrà avvenire nell’ambito di una unica procedura e, questa è una soluzione fondamentale perché, dal momento in cui la procedura rimane unica, la ristrutturazione dell’attività economica dell’impresa potrà fondarsi su un piano aziendale unitario al quale parteciperanno ,per quanto di competenza, le singole società, tutte coordinate in un disegno unitario e non in procedure spezzettate, che fino ad oggi rendono impossibile una ristrutturazione reale del gruppo.
  • Ma la unica, vera novità , di portata generale della Riforma indubbiamente consiste nella previsione di PROCEDURE DI ALLERTA che stabiliscono un vero e proprio controllo sull’imprenditore al fine di intervenire precocemente al manifestarsi di uno stato di crisi, in modo da evitare la liquidazione giudiziale. Le misure di allerta si realizzano su due piani distinti . Uno riguarda regole sugli assetti organizzativi della società perché si dispone che occorrerà stabilire assetti organizzativi adeguati che facciano emergere immediatamente lo stato di insolvenza o il pericolo di insolvenza all’attenzione degli amministratori.                                                                                    Si stabiliscono doveri degli amministratori e dei sindaci per la pronta reazione a questo problema, e queste sono misure di allerta interne ,sanzionate con le regole della responsabilità civile degli amministratori e sindaci. Poi ci sono le misure di allerta esterne perché taluni creditori potranno effettuare, in luogo della inerzia degli amministratori e sindaci, queste denunce e potranno sottoporre la questione di insolvenza o pericolo di insolvenza nell’ambito di una procedura confidenziale, cioè riservata, ad appositi collegi commerciali di giudicanti che lavoreranno all’interno delle Camere di Commercio, al fine di poter addivenire ad una risoluzione concordata della crisi che elimini lo spauracchio della istruttoria fallimentare.

Per la novità e importanza della riforma della disciplina della crisi di impresa e della insolvenza ,questo corso  tratterà gli argomenti nello stesso ordine utilizzato dalla riforma. Ma attraverso questo tipo di esposizione, il vero scopo di questo corso è quello di precisare quali sono le idee attorno alle quali sarà organizzata la nuova disciplina della crisi di impresa. Questo corso si propone di essere più utile di un normale seminario che illustra regole, in quanto vuole evidenziare quali sono le ragioni che regolano la riforma e in questo modo comprendere veramente il significato delle sue norme per poterle usare al meglio nella professione.

Bozza nuovo codice della crisi e dell’insolvenza

 

AGENZIA DELLE ENTRATE Concordati e note di variazione senza obbligo di versamento

( il sole 24 ore del 30/11/2018)
In caso di concordato con continuità aziendale non va versata l’Iva indicata
Confermata la non debenza dell’imposta indicata nelle note di variazione anche in caso di concordato con continuità aziendale.
Con la risposta 54 di ieri, infatti, l’agenzia delle Entrate ha confermato che, anche nelle ipotesi di concordato con continuità aziendale, le note di variazione emesse dai creditori per recuperare l’Iva relativa al credito oggetto di falcidia vanno registrate nei registri Iva senza che tale adempimento determini un obbligo di versamento dell’imposta in capo al soggetto concordatario.
Il quesito posto all’agenzia delle Entrate riguardava il caso di un concordato in continuità aziendale in cui i creditori privilegiati venivano soddisfatti integralmente, mentre i creditori chirografari venivano pagati solo in parte. A causa della falcidia concordataria, alla chiusura del concordato i creditori rimasti insoddisfatti emettevano note di variazione in base all’articolo 26 del decreto Iva, per recuperare l’Iva relativa alla parte di credito falcidiata. Ebbene, l’agenzia delle Entrate, conformemente a quanto già chiarito nei documenti di prassi precedenti, in particolare riguardanti la fattispecie del fallimento, ha ribadito che la società in concordato, dopo aver ricevuto le note di variazione Iva relative ai debiti chirografari oggetto di falcidia, è obbligata ad annotarle nei registri Iva, ma non anche a versare all’Erario l’Iva oggetto di rettifica.
Detta interpretazione deriva dal fatto che, essendo la nota di variazione relativa a un debito sorto prima dell’avvio della procedura concorsuale, la sua registrazione non comporta, per il debitore concordatario, l’obbligo di rispondere verso l’Erario di un debito sul quale si sono già prodotti gli effetti estintivi del concordato. Se non si interpretasse in questo modo, si avrebbe una deroga all’efficacia liberatoria della procedura, non giustificata con riguardo alle norme che dispongono l’estinzione di ogni debito sorto anteriormente all’avvio della procedura.
Peraltro, l’agenzia delle Entrate, richiamano la normativa domestica e quella unionale, sottolinea che il citato articolo 26 del decreto Iva, qualifica le procedure concorsuali come una causa del «mancato pagamento in tutto o in parte» del prezzo convenuto e l’articolo 185 della direttiva 2006/112/CE dispone una deroga all’obbligo di rettifica della detrazione in caso di variazione dell’imposta proprio nelle ipotesi di «operazioni totalmente o parzialmente non pagate».
L’applicabilità di detti principi alle ipotesi di concordato preventivo è stata recentemente ribadita anche dalla Corte di giustizia Ue che, con la sentenza del 22 febbraio 2018, relativa alla causa C-396/16, ha confermato che la rettifica della detrazione dell’Iva operata all’atto dell’acquisto, non è richiesta in caso di operazioni totalmente o parzialmente non pagate. Ciò in quanto, dichiara la Corte, uno Stato membro non è tenuto a prevedere espressamente un obbligo di rettifica delle detrazioni in caso di operazioni totalmente o parzialmente non pagate. Ebbene, l’articolo 26 del decreto Iva, qualificando le procedure concorsuali come causa del mancato pagamento in tutto o in parte del prezzo convenuto, riconosce il diritto in capo al debitore concordatario al mantenimento della detrazione dell’Iva conseguente all’operazione originaria, senza dover provvedere al versamento dell’imposta oggetto di rettifica.
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Simona Ficola
Benedetto Santacroce

PROCEDURE DI DEBITO  Transazioni fiscali in tilt nel concordato

PROCEDURE DI DEBITO
Transazioni fiscali in tilt nel concordato
La circolare 16 del 23 luglio detta paletti rigidi sui pagamenti all’Erario
Per le istruzioni il reddito successivo agli accordi non è nuova finanza
Con una discutibile presa di posizione forse passata inosservata a molti operatori, l’agenzia delle Entrate ha adottato un orientamento che rischia di rendere difficilmente praticabili molte transazioni fiscali. Con la circolare 16/E del 23 luglio scorso sulla transazione ex articolo 182-ter della legge fallimentare, l’Agenzia ha fissato due paletti (si veda Il Sole 24Ore del 30 luglio scorso).
I due punti-chiave

I capisaldi della circolare possono essere così schematizzati:
nell’ambito del concordato preventivo, il pagamento parziale dei debiti tributari può avere luogo solo se un professionista indipendente attesta che il pagamento offerto mediante la transazione fiscale è più conveniente per l’Erario rispetto a quello che quest’ultimo riceverebbe a seguito della liquidazione dell’impresa;
ai fini di tale confronto l’attestatore deve tenere conto anche del maggiore apporto patrimoniale rappresentato dai flussi generati dalla continuazione dell’attività aziendale, che non costituisce una risorsa economica nuova, ma “finanza endogena”.
Questa affermazione è stata resa con riferimento al giudizio sulla convenienza della proposta di transazione fiscale che il citato articolo 182-ter demanda al professionista indipendente, ma assume, peraltro senza affrontare l’argomento, che sia stata risolta la querelle interpretativa sul cosiddetto conflitto distributivo tra creditori privilegiati e chirografari e gli stessi presupposti di ammissibilità della proposta concordataria, il che non è.
La querelle
In sostanza l’agenzia delle Entrate dà per scontato che la disposizione recata dall’articolo 160, comma 2, della legge fallimentare – secondo cui i creditori privilegiati possono essere soddisfatti in misura non integrale, purché nei limiti del valore ricavabile dalla liquidazione dell’impresa – sia da interpretare nel senso che il quid pluris generato dal risanamento aziendale deve essere destinato integralmente al soddisfacimento dei crediti privilegiati, in base all’ordine delle cause di prelazione, fino a concorrenza del loro ammontare, e non possa essere nemmeno in parte attribuito ai creditori chirografari se non dopo il pieno soddisfacimento di quelli privilegiati.
Tuttavia, in merito alla portata di tale norma è stata elaborata da dottrina e giurisprudenza anche una diversa tesi, sulla scorta della quale nel concordato in continuità, ai fini dell’attribuzione del patrimonio del debitore ai creditori privilegiati, la regola dell’ordine delle cause di prelazione deve essere intesa come limitata nel tempo alla data della presentazione della domanda di concordato e con riguardo al patrimonio esistente a tale data.
Pertanto, esclusivamente in base alla prima di tali tesi, le risorse derivanti dalla prosecuzione dell’attività dovrebbero essere attribuite ai creditori privilegiati, potendo esse essere utilizzate per provvedere alla soddisfazione di quelli chirografari (e privilegiati di grado inferiore) soltanto dopo che siano stati integralmente pagati i primi.
L’agenzia delle Entrate sembra aver implicitamente sposato questo indirizzo, facendo leva sul principio per cui la prosecuzione dell’attività di impresa in sede concordataria non può comportare il venir meno della garanzia patrimoniale del debitore, poiché questi risponde dei suoi debiti con tutti i beni, presenti e futuri (articolo 2740 Codice civile), non creando tale prosecuzione dell’attività un patrimonio separato o riservato in favore di alcune categorie di creditori, né potendosi azzerare in sede concordataria il rispetto delle cause di prelazione.
Le zone grigie
Tuttavia tale orientamento non considera che ciò che può essere oggetto di azioni esecutive e di vendita alternativamente all’avvio del concordato richiesto dal debitore è solo il patrimonio attuale di quest’ultimo al momento di tale avvio e non quello risultante, anni dopo, dal risanamento realizzato grazie a interventi inattuabili senza il concordato. In ogni caso detto orientamento non è quello adottato dalla generalità dei tribunali. Inoltre, anche se si tratta solo di un argumentum ab inconvenienti, se tale indirizzo prevalesse, molti risanamenti risulterebbero inattuabili, perché, qualora i flussi finanziari originati dalla prosecuzione dell’attività dovessero essere utilizzati per pagare i crediti privilegiati fino a concorrenza del loro ammontare originario, il più delle volte non residuerebbero risorse per soddisfare, nemmeno parzialmente, quelli chirografari, e in tal caso il concordato, in assenza di (altri) apporti esterni, non potrebbe aver corso.
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Giulio Andreani ( il sole 24 ore)

Elenco degli incarichi conferiti ai Gestori della Crisi dell’OCC Commercialisti Teramo, sensi dell’art.6 3°comma del DM 202/2014

Ai sensi dell’art.6 3°comma del DM 202/2014, si pubblica l’elenco degli incarichi conferiti ai Gestori della Crisi dell’OCC Commercialisti  Teramo

ELENCO NOMINE GESTORI 2018

ELENCO NOMINE GESTORI 2017

ELENCO NOMINE GESTORI 2016

Iva e ritenute, sì allo stralcio nel sovraindebitamento (il sole 24 ore del 17.7.17)

Composizione delle crisi. I giudici ampliano i confini dell’istituto in linea con i dettami UeIva e ritenute, sì allo stralcio nel sovraindebitamento
Vanno chiariti i profili reddituali per gli operatori economici
I giudici aumentano le chance di stralcio dei debiti con il Fisco. Gli aspetti tributari del sovraindebitamento sono oggi di particolare interesse, soprattutto perché dal punto di vista applicativo la giurisprudenza italiana – sulla scia degli indirizzi registrati in ambito Ue – inizia a riconoscere l’ampliamento dello stralcio anche ai fini dell’Iva e delle ritenute operate ma non versate (vale a dire dei tributi “armonizzati”), pur in assenza di un riconoscimento normativo.
La disciplina sul sovraindebitamento non prevede – come per le ipotesi dei soggetti fallibili – la possibilità di pagare parzialmente i debiti Iva e le ritenute operate e non versate, limitandosi a prevedere la sola dilazione (articolo 7, legge 3/2012) e stabilendo, invece, la falcidiabilità per tutti gli ulteriori debiti fiscali e non. Si tratta di una disparità normativa che non trova una coerente ragione giustificatrice nel sistema, laddove si consideri che tutte le procedure concorsuali, sia quelle per imprenditori o soggetti fallibili sia per soggetti non fallibili, presentano la medesima funzione della salvaguardia della par condicio creditorum nel rispetto dei principi dell’ordinamento.
In tal senso, in attesa di una più coerente previsione normativa che estenda anche alle ipotesi qui in esame la falcidiabilità dei debiti fiscali a titolo di Iva e di ritenute, la pronuncia del Tribunale di Pistoia (26 aprile 2017) applica in modo estensivo, e in linea con gli indirizzi europei, lo stralcio a tali debiti nelle procedure di sovraindebitamento (si veda Il Sole 24 Ore del 1° giugno). Ciò in base all’assunto che, a seguito dell’intervento della Corte di giustizia europea (causa C-546/14 e causa 493/15), una diversa interpretazione dell’articolo 7 della legge 3/2012 mal si concilierebbe con i principi comunitari ai quali la medesima norma fa esplicito richiamo e riferimento. La ratio della pronuncia risiede nella previsione della possibilità di avvalersi dello stralcio nel caso in cui la proposta del debitore sia migliorativa rispetto a quanto ricavabile da una eventuale liquidazione del patrimonio personale.
Inoltre, a questa rilevante agevolazione potrebbe aggiungersi il riconoscimento giuridico nell’ambito delle procedure di sovraindebitamento del doppio termine di prescrizione delle cartelle di Equitalia (ordinanza 20213/2015 di Cassazione): in tale ipotesi, sarebbe previsto un periodo di soli cinque anni nel caso gli atti non siano definitivi (ad esempio nel caso di ruoli tardivamente consegnati all’esattore) oppure rispetto a talune categorie di tasse, oppure quando risulta spirato l’ordinario termine decennale.
Le opportunità operative per lo stralcio dei debiti fiscali sono quindi consistenti e iniziano ad avere un andamento giurisprudenziale consolidato. Esistono, tuttavia, alcune ombre in merito a taluni aspetti ricollegabili in particolare al sovraindebitamento per i soggetti economici. In particolare:
la rilevanza reddituale degli stralci dei debiti;
la tassazione delle eventuali plusvalenze per la cessione dei beni rientranti nell’accordo;
le modalità di gestione delle note di variazione Iva per il debitore assoggettato alla procedura in questione.
Rispetto ai primi due punti, il Tuir negli articoli di riferimento (88, comma 4, e 86, comma 5, del Dpr 917/86) non fa menzione delle procedure di sovraindebitamento, ma per ratio legis non si comprenderebbe la mancata inclusione dell’irrilevanza reddituale di questi due componenti positivi d’impresa per l’operatore/debitore.
Relativamente, invece, ai debiti in essere al momento dell’apertura della procedura, si discute sulle modalità applicative di quanto previsto all’articolo 26 del Dpr 633/72, cioè se sia dovuta o meno l’Iva esposta nella nota di variazione Iva per lo stralcio del debito. In base alla circolare 12/E del 13 aprile scorso (punto 13) – nella quale non vi è traccia dell’assimilazione del sovraindebitamento alle procedure fallimentari – si dovrebbe concludere per l’assoggettamento a Iva della nota di variazione ricevuta. Questa conclusione parrebbe confermata da un passaggio della richiamata circolare 19/E/2015, laddove – anche sulla base di quanto statuito dalla giurisprudenza di legittimità (Cassazione 22931 e 22932 del 2011) – viene sottolineato che «a prescindere dalla presenza o meno di una transazione fiscale, il credito Iva deve sempre essere pagato per intero».
In linea generale, la prassi dell’agenzia delle Entrate sull’istituto è particolarmente avara di indicazioni, fatta eccezione appunto per la circolare-quadro 19/E. Il che fa presagire che sarà la giurisprudenza di merito nazionale e comunitaria a tracciare i percorsi operativi.
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Stefano Mazzocchi
Santo Viotti

L. 232/2016 Modifiche alla disciplina della transazione fiscale (articolo 182-ter, legge fallimentare)

Il sole 24 ore del 11/1/2017
 
Oltre ad ammettere la falcidiabilità di Iva e ritenute non versate, la legge di bilancio 2017 (legge 232/2016) apporta altre modifiche alla disciplina della transazione fiscale (articolo 182-ter, legge fallimentare): interviene su aspetti quali il perimetro delle posizioni transabili e la razionalizzazione delle modalità di voto e adesione, lasciando peraltro alcuni aspetti irrisolti. Il nuovo comma 1 dell’articolo 182-ter, dal 1° gennaio non prevede più la limitazione, mai stata chiarissima, alla quota chirografaria dei debiti anche non iscritti a ruolo. Si tratta, nei fatti, non tanto di una novità, quanto del recepimento dell’orientamento espresso sin dal 2008 dall’agenzia delle Entrate. La circolare 40/E/2008, già riconosceva la necessità di una interpretazione sistematica, e non letterale, della norma, alla luce dei successivi periodi secondo e terzo. La conclusione non poteva che condurre a comprendere nel perimetro dei crediti tributari o previdenziali transabili sia quelli privilegiati sia quelli chirografari, indipendentemente dall’iscrizione a ruolo. Ciò oggi, con l’espunzione del riferimento al ruolo, trova formalizzazione normativa, pur già sperimentata da lungo tempo nella prassi operativa. La riscrittura del comma 1 avrebbe forse potuto chiarire definitivamente anche che il perimetro di accessibilità alla transazione fiscale accoglie tutti i crediti tributari e previdenziali dotati di legittima causa di prelazione, sia essa costituita da privilegio (articoli 2745 e seguenti del Codice civile) o da ipoteca giudiziale acquisita sulla base del titolo esecutivo costituito dal ruolo, decorsi inutilmente i 60 giorni dalla notifica della cartella di pagamento (articolo 77, Dpr 602/1973). L’Agenzia lo aveva già chiarito e la nuova versione del secondo periodo del primo comma avrebbe forse potuto recepirlo. Modificata anche la procedura di espressione del voto o dell’assenso, ora riferita per il debito complessivo all’Agenzia. Nella precedente formulazione l’adesione alla proposta di transazione spettava, a mente dei commi 3 e 4, all’Agenzia per i tributi non iscritti a ruolo o comunque non consegnati all’agente della riscossione e direttamente a quest’ultimo per quanto già recepito alla data di presentazione della domanda, pur su indicazione del direttore dell’ufficio, a ciò autorizzato dalla direzione regionale. Nella nuova formulazione il voto sulla proposta concordataria o l’adesione a transazione ed accordo di ristrutturazione sono di competenza della sola Agenzia, lascando all’agente solo l’indicazione riferita agli oneri di riscossione di cui all’articolo 17 del Dlgs 112/1999. Corretto anche quel che è sempre apparso un refuso, cioè il riferimento alla direzione generale, invece di quella regionale (quinto comma). Nuova la previsione, per l’accordo di ristrutturazione del debito di cui all’articolo 182-bis della Legge fallimentare, dell’obbligo per l’attestatore di verificare nella relazione dovuta ai sensi del primo comma che il trattamento offerto sia per lo Stato conveniente rispetto alle alternative concretamente praticabili. Sparisce infine nella nuova formulazione il vecchio quinto comma, e con lui la cessazione automatica della materia del contendere alla chiusura della procedura concordataria, perlomeno per i tributi transati. Un elemento di instabilità in più, quindi, che pare aggiungersi alla questione, immodificata nel nuovo testo, della permanenza in capo all’amministrazione finanziaria del potere di ulteriori accertamenti.