Piano Del Consumatore Mantenimento della proprietà della casa di abitazione come bene essenziale

Tribunale Verona 20 luglio 2016 – – Est. Platania.

Sovraindebitamento – Piano del consumatore – Indebitamento non volontario – Debiti per mancato pagamento delle rate del mutuo – Piano del consumatore con garanzia al mantenimento della moglie-debitrice prestata dal marito – Mantenimento della proprietà della casa di abitazione come bene essenziale – Istanza di sospensione delle procedura esecutiva immobiliare ex art. 12 bis comma 2 legge n. 3/2012 – Ammissibilità – Omologazione del piano

È omologabile il piano del consumatore derivante da un sovraindebitamento non volontariamente provocato dalla debitrice, per il venir veno dell’apporto della sua famiglia al pagamento delle rate del mutuo.

Risulta omologabile il piano del consumatore in cui è acquisito l’impegno del marito al pagamento di una somma per il mantenimento della moglie-debitrice, in modo che parte dello stipendio della stessa possa essere destinato all’adempimento della proposta prevista nel piano.

È omologabile il piano del consumatore che preveda una cifra inferiore rispetto a quella che sarebbe spettata alla banca ove fosse proseguito il contratto di mutuo. Il sacrificio richiesto al creditore con l’omologazione del piano è certo, ma nello stesso tempo inferiore rispetto a quello che deriverebbe dalla vendita dell’immobile ipotecato. Tale sacrificio, inoltre, risulta conforme alla finalità della legge sul sovraindebitamento, finalità che consiste nel permettere ai debitori non fallibili di uscire dalla loro crisi, ricollegandoli nell’alveo dell’economia palese, senza il rischio di cadere nell’usura e cercando di mantenere la proprietà dei beni essenziali come la casa di abitazione. (Roberta Tedeschi Il Caso.it ) (riproduzione riservata)

– Sospensione dell’inizio o della prosecuzione delle procedure esecutive –

Tribunale di Verona 07 luglio 2016 – Est. Platania.

 

Composizione delle crisi da sovraindebitamento – Liquidazione dei beni – Sospensione dell’inizio o della prosecuzione delle procedure esecutive – Durata – Provvedimento definitivo di omologazione – Esclusione – Termine finale corretto – Chiusura della procedura.

 

Appare corretta e può trovare, pertanto, accoglimento l’istanza ex art. 742 c.p.c. di correzione del decreto di apertura della procedura di liquidazione dei beni di cui all’art. 14 quinquies L. 3/2012 (Disposizioni per la composizione delle crisi da sovraindebitamento) nella parte in cui dispone la sospensione dell’inizio o della prosecuzione delle procedure cautelari ed esecutive sino al momento in cui il provvedimento di omologazione diviene definitivo, come disposto dal comma secondo, lettera b) di detta disposizione,  anziché fino all’emanazione del provvedimento di chiusura della procedura, in quanto il provvedimento di omologazione non è previsto per la procedura di liquidazione, ma solo in caso di accordo con i creditori  e di piano del consumatore. (Pierluigi Ferrini – Riproduzione riservata)

Più chance al «sovraindebitato» Per i giudici non vale il limite imposto dalla legge a chi ha fatto ricorso a una procedura nei cinque anni precedenti ( IL SOLE 24 ORE DEL 20.6.16)

Il piano di ristrutturazione non omologato si può convertire in proposta di accordo con i creditori
Più chance al consumatore sovraindebitato. Se il piano di ristrutturazione dei debiti non viene omologato dal giudice, esso può essere convertito in proposta di accordo con i creditori. Lo ha deciso il Tribunale di Cagliari con ordinanza dello scorso 11 maggio (presidente Mura, relatore Caschili), risolvendo una questione controversa circa la cumulabilità dei rimedi alle crisi da sovraindebitamento.
La vicenda
Una coppia di coniugi, in mora nei confronti di due finanziarie, una banca e un fondo di solidarietà e con debiti sproporzionati rispetto alle loro disponibilità, aveva cercato di risolvere la propria condizione finanziaria con gli strumenti previsti dalla legge 3 del 2012 e aveva chiesto la nomina di un professionista legittimato a svolgere le funzioni dell’organismo di composizione della crisi da sovraindebitamento.
Il professionista aveva redatto un piano del consumatore per la ristrutturazione dei debiti e la dilazione dei pagamenti, piano del quale con ricorso i coniugi avevano chiesto al giudice l’omologazione. In subordine avevano chiesto, se il piano non fosse stato omologato, che esso venisse convertito in proposta per l’accordo con i creditori.
Il giudice aveva respinto il ricorso, perché aveva ritenuto ostativo all’omologa il fatto che i debitori avessero colposamente determinato o comunque notevolmente aggravato il proprio sovraindebitamento, con l’assunzione, pochi anni prima, di nuove obbligazioni senza che vi fosse la ragionevole prospettiva di adempierle.
Ma la domanda subordinata non era stata specificamente esaminata dal giudice che l’aveva ritenuta travolta dalla pronuncia sul diniego di omologa.
I coniugi hanno proposto reclamo al collegio che ha confermato il diniego dell’omologa ma ha ammesso che il piano possa essere convertito in proposta di accordo con i creditori.
La decisione
Il Tribunale di Cagliari ha ricordato che la legge 3 del 2012 prevede tre diversi rimedi: il piano del consumatore, l’accordo con i creditori e la liquidazione dei beni.
I requisiti di ammissione sono comuni ma solo per la proposta di piano del consumatore è prevista anche la verifica della meritevolezza. Poiché però il piano comporta un sacrificio per i creditori, l’articolo 12-bis della legge 3 del 2012 stabilisce che il giudice possa omologarlo solo se «esclude che il consumatore ha assunto obbligazioni senza la ragionevole prospettiva di poterle adempiere ovvero che ha colposamente determinato il sovraindebitamento, anche per mezzo di un ricorso al credito non proporzionato alle proprie capacità patrimoniali».
Nel caso concreto, i giudici hanno ritenuto che i coniugi non abbiano effettuato una ragionevole e adeguata valutazione presente e futura della propria capacità economica nell’assumere le varie obbligazioni; hanno poi escluso che la carente valutazione del merito creditizio da parte dei finanziatori possa di per sé assurgere a motivo di discolpa del consumatore sovraindebitato se non si prova la mala fede.
Tuttavia, dal diniego dell’omologa del piano non è derivata l’inammissibilità anche della proposta di accordo.
I giudici hanno ricordato che in base all’articolo 7, comma 2, lettera b), della legge 3 del 2012 la proposta non è ammissibile quando il debitore ha fatto ricorso nei precedenti cinque anni ai procedimenti di composizione della crisi. Questa norma è stata interpretata in senso restrittivo da altri giudici di merito: se un debitore ha proposto un ricorso non ne potrebbe proporre nessun altro nei successivi cinque anni. Ma il Tribunale di Cagliari ha invece ritenuto che la preclusione possa dipendere solo dall’avere avuto effettivo accesso a una delle tre procedure. Se invece il debitore non ha mai prima beneficiato di alcuna di esse, perché, come nel caso esaminato, non vi è stato ammesso, non sarebbe ragionevole impedirgli di chiedere la valutazione dei diversi presupposti per accedere a un’altra procedura come quella dell’accordo con i creditori.
Per questo, dunque, i coniugi sono stati ammessi all’udienza prevista dall’articolo 10 della legge 3 del 2012 e finalizzata al coinvolgimento dei creditori nell’approvazione dell’accordo. Gli atti sono stati quindi restituiti dal collegio al primo giudice per procedere alla celebrazione di quella udienza.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Giovanbattista Tona

La falcidia del credito IVA tra concordato preventivo e transazione fiscale: cosa cambia dopo la sentenza della CGCE (7 aprile 2016 causa C-546/14)

di Paola Rossi.( sito http://www.fondazionenazionalecommercialisti.it)

Con la sentenza 7 aprile 2016, causa C-546/14, la Corte di Giustizia ha ritenuto compatibile con la normativa comunitaria in materia di IVA una proposta di concordato che prevede il pagamento parziale dell’imposta a condizione che un esperto indipendente attesti il trattamento deteriore di tale credito nell’alternativa fallimentare.

L’autorevole affermazione circa la mancanza di qualsiasi vincolo di matrice comunitaria al divieto di falcidia dell’IVA, oltre a sollecitare la modifica da parte del legislatore nazionale del testo dell’art. 182-ter l.f. attualmente in vigore, impone un’immediata attuazione di quanto statuito dalla CGCE nelle ipotesi di concordato preventivo in cui non sia stato attivato il procedimento di transazione fiscale.

2016_06_15_Falcidia IVA_Rossi

 

Concordato preventivo – Imposta sul valore aggiunto – IVA – Falcidia – Ammissibilità – Presupposti (Corte Giustizia UE 07 aprile 2016)

l Caso.it, Sez. Giurisprudenza, 14725 – pubb. 13/04/2016

 

Corte Giustizia UE 07 aprile 2016 – causa C-546/14 – Pres. Ilesic – Est. Jarasiunas.

Concordato preventivo – Imposta sul valore aggiunto – IVA – Falcidia – Ammissibilità – Presupposti

L’articolo 4, paragrafo 3, TUE nonché gli articoli 2, 250, paragrafo 1, e 273 della direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto, non ostano a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, interpretata nel senso che un imprenditore in stato di insolvenza può presentare a un giudice una domanda di apertura di una procedura di concordato preventivo, al fine di saldare i propri debiti mediante la liquidazione del suo patrimonio, con la quale proponga di pagare solo parzialmente un debito dell’imposta sul valore aggiunto attestando, sulla base dell’accertamento di un esperto indipendente, che tale debito non riceverebbe un trattamento migliore nel caso di proprio fallimento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)


Segnalazione del Dott. Carlo Verbeni

Debito IVA falcidiabile nel concordato preventivo liquidatorio

Debito IVA falcidiabile nel concordato preventivo liquidatorio

Per la Corte Ue, è sufficiente l’attestazione professionale del trattamento migliore rispetto all’alternativa del fallimento
/ Venerdì 08 aprile 2016

L’imprenditore in stato di insolvenza, al fine di estinguere le proprie passività mediante la liquidazione del suo patrimonio, può presentare un ricorso per l’ammissione al concordato preventivo, con il quale propone di pagare soltanto parzialmente un debito per l’imposta sul valore aggiunto attestando – sulla base dell’accertamento di un esperto indipendente – che il credito dell’Amministrazione finanziaria non riceverebbe una soddisfazione migliore nel caso del proprio fallimento.
Lo ha stabilito la Corte di Giustizia Ue, con sentenza C-546/14, pubblicata ieri, con riferimento alla domanda di pronuncia pregiudiziale formulata dal Tribunale di Udine, con ordinanza del 30 ottobre 2014, ai sensi dell’art. 267 del TFUE, sull’interpretazione degli artt. 2, 250, par. 1 e 273 della direttiva 2006/112/CE, e dell’art. 4, par. 3 del TUE.

In particolare, l’autorità giudiziaria friulana aveva chiesto se tali fonti comunitarie debbano essere interpretate nel senso di rendere incompatibile una norma interna, rappresentata, nel caso di specie, dagli artt. 162 e 182-ter del RD 267/42 per l’inammissibilità della domanda di concordato preventivo, con pagamento parziale del debito per IVA, qualora non venga utilizzato lo strumento della transazione fiscale.
In altri termini, era stato investito il giudice comunitario per chiarire se l’obbligo degli Stati membri, previsto dal diritto dell’Unione europea, di adottare tutte le misure legislative e amministrative necessarie a garantire il prelievo integrale dell’IVA impedisca effettivamente di ricorrere a una procedura concorsuale alternativa al fallimento, nel cui ambito l’imprenditore in stato di insolvenza liquidi tutto il proprio patrimonio per soddisfare i creditori e preveda pagamenti dei debiti per IVA non deteriori rispetto all’ipotesi alternativa del fallimento, in virtù dell’accertamento di un esperto indipendente e all’esito del controllo formale del Tribunale.

La Corte di Giustizia ha preliminarmente osservato che la procedura di concordato preventivo è soggetta a presupposti di applicazione rigorosi, al fine di offrire garanzie per quanto concerne, in particolare, il recupero dei crediti privilegiati, compresi, quindi, quelli afferenti all’IVA: a questo proposito, è stato richiamato il contenuto dell’art. 160, comma 2 L. fall., secondo cui il pagamento parziale di un credito privilegiato può essere ammesso soltanto se un esperto indipendente – in possesso dei requisiti previsti dall’art. 67, comma 3, lett. d) L. fall. – attesta che tale credito non riceverebbe un trattamento migliore nel caso di fallimento del debitore, in ragione della collocazione preferenziale, “avuto riguardo al valore di mercato attribuibile ai beni o diritti sui quali sussiste la causa di prelazione”.

A parere del giudice comunitario, la procedura di concordato preventivo appare, pertanto, idonea a consentire di accertare che, a causa dello stato di insolvenza dell’imprenditore, lo Stato membro interessato non possa recuperare il proprio credito IVA in misura maggiore.
In tale sede, è stato altresì osservato che la proposta concordataria è soggetta al voto di tutti i creditori, ai quali il debitore non proponga un pagamento integrale del loro credito, e che deve essere approvata da tanti creditori che rappresentino la maggioranza del totale dei crediti ammessi al voto: conseguentemente, tale procedura permette all’Agenzia delle Entrate – o al concessionario della riscossione, per gli importi iscritti a ruolo – di votare contro la proposta di pagamento parziale del credito IVA, qualora non concordi con le determinazioni dell’esperto indipendente.

L’Agenzia può votare contro e poi opporsi all’omologazione della proposta

Al ricorrere di tale ipotesi, nell’eventualità in cui la proposta concordataria sia approvata dalla maggioranza di cui all’art. 177 L. fall., l’Amministrazione finanziaria ha comunque la possibilità di opporsi all’omologazione della stessa: in ogni caso, il Tribunale può omologare il concordato, se ritiene che possa soddisfare il predetto credito tributario in misura non inferiore rispetto alle alternative concretamente praticabili (art. 180, comma 4 L. fall.).

Alla luce delle suddette considerazioni, la Corte di Giustizia Ue ha, quindi, concluso che l’ammissione di un pagamento parziale di un credito IVA, da parte di un imprenditore in stato di insolvenza, nell’ambito di una procedura di concordato preventivo che – a differenza delle misure trattate nelle cause C-174/07 e C-132/06 – non costituisce una rinuncia generale e indiscriminata alla riscossione dell’IVA, non è contraria all’obbligo degli Stati membri di garantire il prelievo integrale dell’imposta nel loro territorio e la riscossione effettiva delle risorse proprie dell’Unione europea.