Bozza nuovo codice della crisi e dell’insolvenza in attuazione della L. 155/2017

L’esigenza di modernizzare la complessa materia concorsuale, nel frattempo oggetto di continui interventi, è stata sollecitata anche dall’ Unione Europea che, con Regolamento (UE) 2015/848 del Parlamento e del Consiglio del 20 maggio 2015 tratta l’efficienza e l’efficacia delle procedure di insolvenza per il buon funzionamento del mercato interno in ragione delle sempre più crescenti implicazioni transfrontaliere. In tal senso anche la proposta di direttiva del Parlamento europeo del 22 novembre 2016 che ha posto un duplice obiettivo: garantire alle imprese in difficoltà degli strumenti giuridici idonei ad aumentare l’efficacia delle procedure di ristrutturazioni; Intervenire prima che l’impresa versi in gravi difficoltà in modo da preservare le parti di attività economicamente sostenibili.

Con la L. 155/2017, contenente la delega al Governo per la riforma delle discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza, si è voluto dare risposta alla cultura d’impresa del nostro tempo nel frattempo mutata e alle sollecitazioni indicate.  Si tratta sicuramente di una buona notizia, non solo per il mondo imprenditoriale ma anche per i nostri partners transfrontalieri, considerato che abbiamo aggiornato una legge di fondamentale importanza per l’economia delle imprese e dei loro stakeholders.

La bozza del  nuovo “Codice della crisi e dell’insolvenza” , in attuazione della L. 155/2017,  presenta molteplici novità:

  • In primis viene definitivamente eliminato il termine “ Fallimento” sostituito con “Liquidazione Giudiziale” così da rimuovere la negatività e il discredito , anche personale, che storicamente a quella parola si accompagna. L’abbandono, quindi, di una terminologia giudicata infamante può dare una prima idea sull’impianto complessivo della riforma, che mira a favorire : * la ristrutturazione del patrimonio di impresa,  la continuazione dell’attività aziendale,  il permanere del rapporto tra debitore e creditori affinchè  possa proseguire     nelle relazioni commerciali, una volta ristrutturato il debito.                                                                 Viene introdotto lo stato della crisi dell’impresa, inteso come probabilità di insolvenza futura. L’idea del legislatore è quella di dare rilevanza, nel nostro diritto, non solo alla INSOLVENZA quale condizione irreparabile, definitiva, di incapacità sistemica ad adempiere alla obbligazioni man mano che scadono”, concetto già così definito nell’art. 5 della Legge Fallimentare e ribadito nella nuova Riforma , ma di dare rilevanza anche alla SITUAZIONE DI PERICOLO DI INSOLVENZA, recuperabile e pertanto non definitiva, il cui indice è il malessere finanziario ( e anche economico) per avvenimenti accaduti ma a cui si può recuperare con l’adozione di rimedi di ristrutturazione del debito, al fine di evitare la insolvenza definitiva.
  • Principio di notevole importanza è la istituzione di un UNICO MODELLO DI PROCESSO PER L’ACCERTAMENTO DELLO STATO DI INSOLVENZA. Tutti i soggetti insolventi che siano o no imprenditori ( consumatori, imprenditori grandi e piccoli, enti) saranno accertati secondo un unico regime processuale, da qui una enorme semplificazione per i professionisti e magistrati che operano in questo ambito.
  • Altro aspetto fondamentale concerne I GIUDICI. Per garantire un livello adeguato di professionalità nella gestione dei diritti di impresa sono stati costituiti i Tribunali delle Imprese dove operano giudici specializzati in diritto societario e in diritto industriale.
  • Ulteriore principio è dedicato ai GRUPPI DI IMPRESE dove, in primo luogo, si prevede una definizione di imprese di gruppo modellata sulla nozione di “direzione e coordinamento” secondo i principi degli artt. 2497 e segg. del C.C. . Si tratta di ribadire la nozione di direzione e coordinamento già presente nel nostro Codice Civile , la quale disciplina è costruita intorno al concetto di responsabilità. Cioè, non sono regole che descrivono come un gruppo è fatto ma sono regole che stabiliscono come si allocano le responsabilità all’interno del gruppo.                                                                                 Oltre queste regole di carattere generale ci sono norme specifiche che riguardano la cosiddetta gestione unitaria della procedura di concordato preventivo e poi di liquidazione giudiziale dei gruppi di imprese. E’ di rilievo la novità di potere attuare una procedura unitaria tanto di fallimento quanto di concordato, perché la procedura riguarda l’impresa, anche se gestita da più soggetti insolventi e, pertanto, bisognerà considerare, all’interno di questa procedura unitaria, le posizioni di tutti questi soggetti Ma ciò potrà avvenire nell’ambito di una unica procedura e, questa è una soluzione fondamentale perché, dal momento in cui la procedura rimane unica, la ristrutturazione dell’attività economica dell’impresa potrà fondarsi su un piano aziendale unitario al quale parteciperanno ,per quanto di competenza, le singole società, tutte coordinate in un disegno unitario e non in procedure spezzettate, che fino ad oggi rendono impossibile una ristrutturazione reale del gruppo.
  • Ma la unica, vera novità , di portata generale della Riforma indubbiamente consiste nella previsione di PROCEDURE DI ALLERTA che stabiliscono un vero e proprio controllo sull’imprenditore al fine di intervenire precocemente al manifestarsi di uno stato di crisi, in modo da evitare la liquidazione giudiziale. Le misure di allerta si realizzano su due piani distinti . Uno riguarda regole sugli assetti organizzativi della società perché si dispone che occorrerà stabilire assetti organizzativi adeguati che facciano emergere immediatamente lo stato di insolvenza o il pericolo di insolvenza all’attenzione degli amministratori.                                                                                    Si stabiliscono doveri degli amministratori e dei sindaci per la pronta reazione a questo problema, e queste sono misure di allerta interne ,sanzionate con le regole della responsabilità civile degli amministratori e sindaci. Poi ci sono le misure di allerta esterne perché taluni creditori potranno effettuare, in luogo della inerzia degli amministratori e sindaci, queste denunce e potranno sottoporre la questione di insolvenza o pericolo di insolvenza nell’ambito di una procedura confidenziale, cioè riservata, ad appositi collegi commerciali di giudicanti che lavoreranno all’interno delle Camere di Commercio, al fine di poter addivenire ad una risoluzione concordata della crisi che elimini lo spauracchio della istruttoria fallimentare.

Per la novità e importanza della riforma della disciplina della crisi di impresa e della insolvenza ,questo corso  tratterà gli argomenti nello stesso ordine utilizzato dalla riforma. Ma attraverso questo tipo di esposizione, il vero scopo di questo corso è quello di precisare quali sono le idee attorno alle quali sarà organizzata la nuova disciplina della crisi di impresa. Questo corso si propone di essere più utile di un normale seminario che illustra regole, in quanto vuole evidenziare quali sono le ragioni che regolano la riforma e in questo modo comprendere veramente il significato delle sue norme per poterle usare al meglio nella professione.

Bozza nuovo codice della crisi e dell’insolvenza

 

PROCEDURE DI DEBITO  Transazioni fiscali in tilt nel concordato

PROCEDURE DI DEBITO
Transazioni fiscali in tilt nel concordato
La circolare 16 del 23 luglio detta paletti rigidi sui pagamenti all’Erario
Per le istruzioni il reddito successivo agli accordi non è nuova finanza
Con una discutibile presa di posizione forse passata inosservata a molti operatori, l’agenzia delle Entrate ha adottato un orientamento che rischia di rendere difficilmente praticabili molte transazioni fiscali. Con la circolare 16/E del 23 luglio scorso sulla transazione ex articolo 182-ter della legge fallimentare, l’Agenzia ha fissato due paletti (si veda Il Sole 24Ore del 30 luglio scorso).
I due punti-chiave

I capisaldi della circolare possono essere così schematizzati:
nell’ambito del concordato preventivo, il pagamento parziale dei debiti tributari può avere luogo solo se un professionista indipendente attesta che il pagamento offerto mediante la transazione fiscale è più conveniente per l’Erario rispetto a quello che quest’ultimo riceverebbe a seguito della liquidazione dell’impresa;
ai fini di tale confronto l’attestatore deve tenere conto anche del maggiore apporto patrimoniale rappresentato dai flussi generati dalla continuazione dell’attività aziendale, che non costituisce una risorsa economica nuova, ma “finanza endogena”.
Questa affermazione è stata resa con riferimento al giudizio sulla convenienza della proposta di transazione fiscale che il citato articolo 182-ter demanda al professionista indipendente, ma assume, peraltro senza affrontare l’argomento, che sia stata risolta la querelle interpretativa sul cosiddetto conflitto distributivo tra creditori privilegiati e chirografari e gli stessi presupposti di ammissibilità della proposta concordataria, il che non è.
La querelle
In sostanza l’agenzia delle Entrate dà per scontato che la disposizione recata dall’articolo 160, comma 2, della legge fallimentare – secondo cui i creditori privilegiati possono essere soddisfatti in misura non integrale, purché nei limiti del valore ricavabile dalla liquidazione dell’impresa – sia da interpretare nel senso che il quid pluris generato dal risanamento aziendale deve essere destinato integralmente al soddisfacimento dei crediti privilegiati, in base all’ordine delle cause di prelazione, fino a concorrenza del loro ammontare, e non possa essere nemmeno in parte attribuito ai creditori chirografari se non dopo il pieno soddisfacimento di quelli privilegiati.
Tuttavia, in merito alla portata di tale norma è stata elaborata da dottrina e giurisprudenza anche una diversa tesi, sulla scorta della quale nel concordato in continuità, ai fini dell’attribuzione del patrimonio del debitore ai creditori privilegiati, la regola dell’ordine delle cause di prelazione deve essere intesa come limitata nel tempo alla data della presentazione della domanda di concordato e con riguardo al patrimonio esistente a tale data.
Pertanto, esclusivamente in base alla prima di tali tesi, le risorse derivanti dalla prosecuzione dell’attività dovrebbero essere attribuite ai creditori privilegiati, potendo esse essere utilizzate per provvedere alla soddisfazione di quelli chirografari (e privilegiati di grado inferiore) soltanto dopo che siano stati integralmente pagati i primi.
L’agenzia delle Entrate sembra aver implicitamente sposato questo indirizzo, facendo leva sul principio per cui la prosecuzione dell’attività di impresa in sede concordataria non può comportare il venir meno della garanzia patrimoniale del debitore, poiché questi risponde dei suoi debiti con tutti i beni, presenti e futuri (articolo 2740 Codice civile), non creando tale prosecuzione dell’attività un patrimonio separato o riservato in favore di alcune categorie di creditori, né potendosi azzerare in sede concordataria il rispetto delle cause di prelazione.
Le zone grigie
Tuttavia tale orientamento non considera che ciò che può essere oggetto di azioni esecutive e di vendita alternativamente all’avvio del concordato richiesto dal debitore è solo il patrimonio attuale di quest’ultimo al momento di tale avvio e non quello risultante, anni dopo, dal risanamento realizzato grazie a interventi inattuabili senza il concordato. In ogni caso detto orientamento non è quello adottato dalla generalità dei tribunali. Inoltre, anche se si tratta solo di un argumentum ab inconvenienti, se tale indirizzo prevalesse, molti risanamenti risulterebbero inattuabili, perché, qualora i flussi finanziari originati dalla prosecuzione dell’attività dovessero essere utilizzati per pagare i crediti privilegiati fino a concorrenza del loro ammontare originario, il più delle volte non residuerebbero risorse per soddisfare, nemmeno parzialmente, quelli chirografari, e in tal caso il concordato, in assenza di (altri) apporti esterni, non potrebbe aver corso.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Pagina a cura di
Giulio Andreani ( il sole 24 ore)

Elenco degli incarichi conferiti ai Gestori della Crisi dell’OCC Commercialisti Teramo, sensi dell’art.6 3°comma del DM 202/2014

Ai sensi dell’art.6 3°comma del DM 202/2014, si pubblica l’elenco degli incarichi conferiti ai Gestori della Crisi dell’OCC Commercialisti  Teramo

ELENCO NOMINE GESTORI 2017

ELENCO NOMINE GESTORI 2016

L. 232/2016 Modifiche alla disciplina della transazione fiscale (articolo 182-ter, legge fallimentare)

Il sole 24 ore del 11/1/2017
 
Oltre ad ammettere la falcidiabilità di Iva e ritenute non versate, la legge di bilancio 2017 (legge 232/2016) apporta altre modifiche alla disciplina della transazione fiscale (articolo 182-ter, legge fallimentare): interviene su aspetti quali il perimetro delle posizioni transabili e la razionalizzazione delle modalità di voto e adesione, lasciando peraltro alcuni aspetti irrisolti. Il nuovo comma 1 dell’articolo 182-ter, dal 1° gennaio non prevede più la limitazione, mai stata chiarissima, alla quota chirografaria dei debiti anche non iscritti a ruolo. Si tratta, nei fatti, non tanto di una novità, quanto del recepimento dell’orientamento espresso sin dal 2008 dall’agenzia delle Entrate. La circolare 40/E/2008, già riconosceva la necessità di una interpretazione sistematica, e non letterale, della norma, alla luce dei successivi periodi secondo e terzo. La conclusione non poteva che condurre a comprendere nel perimetro dei crediti tributari o previdenziali transabili sia quelli privilegiati sia quelli chirografari, indipendentemente dall’iscrizione a ruolo. Ciò oggi, con l’espunzione del riferimento al ruolo, trova formalizzazione normativa, pur già sperimentata da lungo tempo nella prassi operativa. La riscrittura del comma 1 avrebbe forse potuto chiarire definitivamente anche che il perimetro di accessibilità alla transazione fiscale accoglie tutti i crediti tributari e previdenziali dotati di legittima causa di prelazione, sia essa costituita da privilegio (articoli 2745 e seguenti del Codice civile) o da ipoteca giudiziale acquisita sulla base del titolo esecutivo costituito dal ruolo, decorsi inutilmente i 60 giorni dalla notifica della cartella di pagamento (articolo 77, Dpr 602/1973). L’Agenzia lo aveva già chiarito e la nuova versione del secondo periodo del primo comma avrebbe forse potuto recepirlo. Modificata anche la procedura di espressione del voto o dell’assenso, ora riferita per il debito complessivo all’Agenzia. Nella precedente formulazione l’adesione alla proposta di transazione spettava, a mente dei commi 3 e 4, all’Agenzia per i tributi non iscritti a ruolo o comunque non consegnati all’agente della riscossione e direttamente a quest’ultimo per quanto già recepito alla data di presentazione della domanda, pur su indicazione del direttore dell’ufficio, a ciò autorizzato dalla direzione regionale. Nella nuova formulazione il voto sulla proposta concordataria o l’adesione a transazione ed accordo di ristrutturazione sono di competenza della sola Agenzia, lascando all’agente solo l’indicazione riferita agli oneri di riscossione di cui all’articolo 17 del Dlgs 112/1999. Corretto anche quel che è sempre apparso un refuso, cioè il riferimento alla direzione generale, invece di quella regionale (quinto comma). Nuova la previsione, per l’accordo di ristrutturazione del debito di cui all’articolo 182-bis della Legge fallimentare, dell’obbligo per l’attestatore di verificare nella relazione dovuta ai sensi del primo comma che il trattamento offerto sia per lo Stato conveniente rispetto alle alternative concretamente praticabili. Sparisce infine nella nuova formulazione il vecchio quinto comma, e con lui la cessazione automatica della materia del contendere alla chiusura della procedura concordataria, perlomeno per i tributi transati. Un elemento di instabilità in più, quindi, che pare aggiungersi alla questione, immodificata nel nuovo testo, della permanenza in capo all’amministrazione finanziaria del potere di ulteriori accertamenti.

Legge di bilancio. Il Ddl approvato alla Camera prevede la possibilità di pagare in modo parziale anche il tributo comunitario

il sole24ore del 29.11.2016
Legge di bilancio. Il Ddl approvato alla Camera prevede la possibilità di pagare in modo parziale anche il tributo comunitario
Crisi aziendali, transazione sull’Iva
Va garantito un versamento pari al valore dei beni sui cui grava il privilegio a garanzia
Il disegno di legge di bilancio, approvato dalla Camera, prevede un restyling della transazione fiscale prevista dall’articolo 182-ter della legge fallimentare. L’intervento tende ad adeguare i caratteri dell’istituto ai principi di diritto comunitario, garantendo comunque agli uffici dell’amministrazione finanziaria la possibilità di «disporre dei tributi», anche armonizzati, nell’ambito delle procedure pre-concorsuali. Inoltre, si punta a rimodulare gli effetti della transazione fiscale sui contenziosi tributari dell’impresa debitrice.
Attraverso la transazione fiscale, le imprese che versano in uno stato di crisi possono presentare, unitamente alla domanda di concordato preventivo o nell’ambito di un piano di ristrutturazione di cui all’articolo 182-bis della legge fallimentare, una proposta indirizzata all’amministrazione finanziaria con la quale richiedono di essere ammesse ad un pagamento parziale e/o dilazionato dei debiti tributari.
Riformando l’istituto e aderendo alle indicazioni provenienti dalla giurisprudenza comunitaria, il Ddl prevede, in primo luogo, la possibilità di inserire tra i debiti per tributi oggetto della transazione fiscale, e quindi eventualmente soggetti a pagamento parziale, anche i debiti verso l’erario per l’Iva (facoltà non prevista nell’attuale versione dell’articolo 182-ter della legge fallimentare), per la quale viene perciò meno il principio dell’indisponibilità del credito tributario.
La Corte di giustizia con la sentenza del 7 aprile 2016, resa nella causa C-546/14 (sentenza Degano Traporti Sas), ha ritenuto che la disciplina italiana della transazione fiscale, nell’eventualità in cui comporti una soddisfazione parziale dei crediti erariali relativi all’Iva, non sia contraria ai principi comunitari che regolano il tributo se, sulla base dell’accertamento di un esperto indipendente, emerge che tale debito non riceverebbe un trattamento migliore nel caso del fallimento del debitore.
In tal senso, la giurisprudenza comunitaria aveva superato le posizioni della giurisprudenza di legittimità (Cassazione, sezioni I civile, sentenza, 25 giugno 2014, n. 14447) che, al contrario, avevano escluso la possibilità di falcidiare i crediti Iva nell’ambito di procedure pre-concorsuali o negoziali di natura prefallimentare.
Coerentemente a tali principi, il testo del Ddl di bilancio, introducendo la possibilità di inserire l’Iva tra i tributi oggetto di transazione fiscale, ha contestualmente previsto l’obbligo da parte del debitore di depositare, insieme con la proposta di concordato o nell’ambito delle trattative che precedono la conclusione dell’accordo di ristrutturazione di cui all’articolo 182-bis della legge fallimentare, una relazione redatta da un professionista abilitato (revisore dei conti, commercialista eccetera) da cui risulti che la soddisfazione del credito erariale proposta dal debitore, nel caso in cui i crediti erariali abbiano natura privilegiata, non sia inferiore al valore di mercato dei beni gravati dal privilegio. In sintesi, quindi, pur essendo possibile prevedere il pagamento parziale del debito Iva, questo non può essere inferiore al valore di mercato dei beni su cui grava l’eventuale privilegio che assiste il tributo.
La previsione di un generale limite alla falcidia che possono subire i crediti erariali in sede di concordato prefallimentare e di accordi di risanamento è stata poi estesa a tutti i crediti per tributi, amministrati da Agenzie fiscali, muniti di privilegio: anche per tali crediti, infatti, non potrà essere previsto un pagamento inferiore al valore di mercato dei beni su cui grava il privilegio.
La nuova versione della transazione fiscale tende a garantire alle Agenzie fiscali di partecipare fattivamente alle procedure pre-concorsuali, stabilendo con certezza un limite minimo al di sotto del quale non può essere proposta la falcidia del credito erariale e quindi, in sintesi, un limite al di sotto del quale l’amministrazione finanziaria non può disporre dei tributi, anche armonizzati.
Allo stesso tempo, dall’articolo 182-ter della legge fallimentare in fase di approvazione scomparirebbe il riferimento al “consolidamento” dei contenziosi fiscali, in virtù del quale – per effetto della transazione fiscale – tutte le pretese erariali formavano oggetto di consolidamento, con conseguente cessazione della materia del contendere per tutte le liti tributarie in corso. Ciò potrebbe consentire di non includere tutte le pretese erariali nell’ambito della procedura di transazione fiscale, consentendo per alcune di esse la prosecuzione del giudizio.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Pietro Piccone Ferrarotti

Imprese in crisi, sconto sui debiti fiscali (il sole24ore 20.11.2016

Con il concordato pagamento parziale o a rate di tributi (Iva compresa) e contributi
Alba (cuneo)
Via libera alla disponibilità piena dei crediti tributari e contributivi. Anche per quanto riguarda l’Iva. Sia nel concordato preventivo sia nell’accordo di ristrutturazione del debito. Cade un tabù del nostro ordinamento e cade con un emendamento presentato alla legge di bilancio. Si tratta del frutto di un tavolo istituito al ministero dell’Economia con la partecipazione dell’agenzia delle Entrate, del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e dei presidenti delle principali Sezioni fallimentari del Paese (Milano, Napoli e Roma). La novità è emersa dal convegno organizzato ad Alba dall’Associazione albese studi di diritto commerciale dedicato a «Il difficile cammino del risanamento dell’impresa: procedure concorsuali, limiti dell’accesso al credito e rigidità dello Stato esattore».
E proprio ad attenuare l’impermeabilità dello Stato creditore, favorendo il risanamento delle imprese, punta l’emendamento che rappresenta un’apertura decisiva dopo che nell’aprile scorso la Corte di giustizia europea con la sentenza nella causa C-546/14 aprì una prima breccia nell’orientamento consolidato della giurisprudenza sia costituzionale sia di legittimità che avevano invece sempre escluso una falcidia dei crediti Iva.
L’emendamento prende atto così di una realtà che vede sempre più spesso le imprese in crisi trovare risorse non versando imposte e contributi. Un mancato rispetto dell’obbligo di sostituto che ha poi un riflesso nel considerevole aumentare dell’esposizione verso Fisco e Inps certificata anche dai dai empirici (al Tribunale di Milano il 40% dei debiti rilevati dalla Sezione fallimentare ha appunto natura fiscale o previdenziale). Prassi che potrebbe venire meno con l’entrata in vigore della riforma della Legge fallimentare in discussione alla Camera che prevede l’istituzione di procedure di allerta.
Del resto, ha spiegato il presidente della Corte d’appello di Roma, Luciano Panzani, «l’impresa sino a oggi ha visto nel mancato funzionamento della transazione fiscale un ostacolo rilevante alla ristrutturazione. E la transazione fiscale non ha funzionato per via del principio dell’indisponibilità del credito tributario che è stato considerato soprattutto per i tributi europei e quindi per l’Iva come un dogma irrinunciabile. La Corte costituzionale aveva avallato l’interpretazione più rigorosa. La Corte di giustizia ha invece riportato il principio entro limiti più ragionevoli, riconoscendo agli Stati membri discrezionalità in ordine alle modalità di recupero».
Del resto – ed è stato un tema sottolineato dal presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Gerardo Longobardi – bisogna fare i conti con le costanti difficoltà dell’Erario a incassare quanto accertato. Alla fine un meccanismo di definizione dei crediti fiscali analogo a quello previsto per la generalità dei crediti potrà rappresentare un vantaggio anche per l’amministrazione finanziaria.
Un elemento condiviso anche dal direttore dell’agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, visto che il tasso di recupero sui crediti nei confronti del fallimento è assai basso. E l’interesse del Fisco a iscrivere al passivo delle procedure crediti che non verranno pagati è assai basso. Orlandi ha poi rivendicato l’appoggio all’emendamento come ulteriore passaggio di una strategia complessiva che vede nel Fisco anche un possibile fattore di sviluppo del sistema Paese.
Il meccanismo messo a punto nell’emendamento prevede la possibilità di proporre con il piano di concordato preventivo, ma anche nelle trattative che precedono la sigla dell’accordo di ristrutturazione, un pagamento parziale o anche a rate dei tri buti e dei contributi. Possibilità subordinata alla condizione che il piano preveda una soddisfazione «in misura non inferiore a quella realizzabile, in ragione della collocazione preferenziale, sul ricavato in caso di liquidazione, avuto riguardo al valore di mercato attribuibile ai beni o diritti sui quali sussiste la causa di prelazione indicato nella relazione di un professionista in possesso dei requisiti di cui all’articolo 67, terzo comma, lettera d)» della Legge fallimentare.
La possibilità potrà riguardare qualsiasi tributo e non solo la quota di debito che ha natura chirografaria e soprattutto anche l’Iva. La versione attuale della Legge fallimentare invece prevede solo che possa essere presentata una dilazione dei pagamenti ma non anche una loro riduzione.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Giovanni Negri

Risolto il problema del rilascio del DURC per le imprese in procedura.

Min.Lavoro: corretto il decreto sul DURC

ministero lavoro

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha pubblicato, sulla Gazzetta Ufficiale n. 245 del 19 ottobre 2016, il Decreto 23 febbraio 2016 con la modifica del decreto 30 gennaio 2015 relativo a «Semplificazione in materia di documento unico di regolarita’ contributiva».

Queste le modifiche previste al decreto 30 gennaio 2015:

A) all’art. 2, comma 1, primo periodo, dopo le parole: «per l’attivita’ edilizia,», sono aggiunte le seguenti: «nonché, ai soli fini DURC, per le imprese che applicano il relativo contratto collettivo nazionale sottoscritto dalle organizzazioni, per ciascuna parte, comparativamente più rappresentative,»;

B) all’art. 5:

1) il comma 2 è sostituito dal seguente: «2. In caso di fallimento o liquidazione coatta amministrativa con esercizio provvisorio di cui agli articoli 104 e 206 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, l’impresa si considera regolare con riferimento agli obblighi contributivi nei confronti di INPS, INAIL e Casse edili scaduti anteriormente alla data di autorizzazione all’esercizio provvisorio.»;
2) il comma 3 e’ sostituito dal seguente: «3. In caso di amministrazione straordinaria di cui al decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270 e al decreto-legge 23 dicembre 2003, n. 347, convertito nella legge 18 febbraio 2004, n. 39 e successive modifiche e integrazioni, l’impresa si considera regolare con riferimento ai debiti contributivi nei confronti di INPS, INAIL e Casse edili scaduti anteriormente alla data del decreto di apertura della medesima procedura di cui all’art. 30 del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270 e all’art. 2 del decreto-legge 23 dicembre 2003, n. 347.».